Dramma Popolare, in scena il genocidio degli armeni
L’Istituto guidato da Marzio Gabbanini propone lo spettacolo di Michele Sinisi tratto dal romanzo “La masseria delle allodole”, opera di Antonia Arslan
SAN MINIATO. Ci sono testi che si adattano particolarmente ad essere rappresentati in teatro per la potenza delle vicende narrate e la ricchezza dei personaggi. Uno di questi è “La masseria delle allodole” (dal 19 al 25 luglio alle 21, 15 in pazza Duomo a San Miniato), celebre romanzo finalista al Premio Campiello e al Premio Stresa di Narrativa del 2004 e diventato poi un film firmato dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani.
Il romanzo racconta uno degli eventi più drammatici del Novecento. Il genocidio degli Armeni, il primo del cosiddetto secolo breve, da parte dei turchi ritrova, nelle parole di Antonia Arslan, un frammento di questa vicenda, ricostruita dall’autrice sul filo dei ricordi familiari e consegnata alla memoria collettiva in un intreccio di storia e poesia, teso come un thriller ed emozionante come una storia d’amore. Portando in scena questo testo al Festival del teatro di San Miniato, il regista Michele Sinisi sfida la complessità dell’opera per raccontare la tragedia di un popolo “mite e fantasticante” e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. Raccogliendo la sfida etico-civile proposta dal Festival che tematizza il dialogo interreligioso come strumento di salvaguardia della pace, il regista sulla scena racconterà di come la politica, svincolata dalla morale, appaia indifferente ai valori della civiltà.
«La scelta de “La masseria delle allodole” viene da lontano – dice il presidente della Fondazione Istituto Dramma Popolare (Idp) Marzio Gabbanini – ed è stata attentamente meditata, poiché si lega a un percorso, iniziato sotto la mia presidenza, di rivitalizzazione del programma originario dell’Idp da calare nelle problematiche più urgenti dell’oggi, che interrogano le nostre coscienze. La scelta prende avvio dal tema drammatico dei migranti in Finis Terrae, per toccare poi le vicende di un popolo, come quello salvadoregno, che ha vissuto il dramma della dittatura e del martirio del vescovo Romero, difensore dei poveri e dei deboli; quindi la figura di don Lorenzo Milani, sempre a fianco degli ultimi e tenace assertore di una Chiesa povera tra i poveri, un sacerdote in lotta contro ogni forma di ingiustizia».
«Da qui – prosegue Gabbanini – la necessità del Dramma Popolare di sentirsi partecipe attivo della promozione di un dialogo tra culture e confessioni religiose diverse, per abbattere barriere di ogni tipo e costruire ponti, come sostiene ogni volta Papa Francesco. Dunque, la prospettiva si è ampliata e ci è sembrato doveroso muovere dal dramma del popolo armeno, una minoranza cristiana, che ha subìto non soltanto violenze inaudite, ma un vero e proprio processo di annientamento come poi sarebbe accaduto per il popolo ebraico e come purtroppo si verifica ancora in alcune parti del mondo».
«L’opera – sottolinea Gabbanini – richiama con immediatezza alla mente il nome dei fratelli Taviani a cui il Dramma ha voluto rendere omaggio non soltanto per la bellezza del film che i due registi hanno tratto dal libro della Arslan, ma anche per la tenacia, la determinazione, l’impegno civile con cui hanno portato a termine un lavoro da molti ostacolato, un’opera in qualche misura pionieristica, che ha rotto un silenzio inaccettabile. Questo intende essere anche un ricordo di Vittorio, recentemente scomparso, a cui San Miniato deve costante attaccamento e manifestazioni di affetto». –
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