Il presidio
Venti anni fa il Pegaso d’oro al regista Jerzy Grotowski
Il fondatore del laboratorio teatrale che porta il suo nome (scomparso nel 1999) aveva scelto Pontedera per portare avanti i suoi innovativi concetti di regia
PONTEDERA . La cerimonia di consegna del Pegaso d’oro per la Cultura del 30 maggio 1998, esattamente venti anni fa, non poté contare sulla partecipazione del diretto interessato, Jerzy Grotowski. Per il regista teatrale polacco, malato da tempo, quello della Regione Toscana, allora presieduta da Vannino Chiti, sarebbe stato l’ultimo premio per la sua carriera rivoluzionaria. Ad agosto dello stesso anno, Grotowski morì nella sua casa di Pontedera, dove aveva da tempo deciso di vivere e lavorare, per quello che lui stesso aveva definito “teatro povero”. E un ricordo, dalla città che è stata casa sua per quasi quindici anni, è doveroso.
Grotowski, nato nel 1933 a Rzeszow, nella Polonia autoritaria del primo dopoguerra, a più di 1500 chilometri da Pontedera, ha radicalmente trasformato e influenzato la generazione teatrale venuta dopo di lui e il modo di fare teatro. Al centro della sua concezione artistica, non più l’uomo-attore, che si maschera, si traveste e si finge di esser altro. Bensì, l’attore-uomo. È questa la povertà che Grotowski ha esaltato e reso arte durante tutta la sua vita: un teatro dove l’attenzione non fosse rivolta esclusivamente all’allestimento scenico, ai costumi o alle luci, quanto invece sull’uomo, sulla sua voce e la sua presenza fisica. Tutto questo, per creare un legame diretto e immediato con il pubblico. L’arte povera di Grotowski a questo mirava: all’eliminazione delle barriere che, tradizionalmente, separano chi osserva dall’osservato, l’oggetto dal soggetto. In questo modo, come scrisse ormai cinquant’anni fa Grotowski stesso nella sua opera principale, “Per un teatro povero”, tra attore-uomo e spettatore si instaura «una comunione percettiva, diretta». Negli anni in cui il cinema e, soprattutto, la televisione si facevano largo, rendendo il teatro alternativo e mettendolo, di fatto, fuori mercato, il regista polacco ne riformulò la natura. Attori e pubblico uniti in un’unica, grande esperienza, che i nuovi mezzi non potevano offrire. Il teatro, dunque, è una relazione a due: attore e spettatore. Mai l’uno senza l’altro.
Per far questo, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, Grotowski trovò riparo a Pontedera. Qui, dal 1986, prese vita il “Workcenter of Jerzy Grotowski”, un laboratorio teatrale ispirato dalla concezione innovativa del suo fondatore. Oggi, questo centro, è diretto da Thomas Richards, suo stretto collaboratore, e Mario Biagini. Fino alla sua morte, Grotowski sviluppò un legame indissolubile con la città, che grazie a lui è oggi sede di uno dei centri più attivi e dinamici del teatro internazionale. I due gruppi che vi lavorano, hanno toccato le sponde di tutti i continenti, diffondendo così non solo il nome e la concezione artistica di Grotowski, ma anche di Pontedera. Città operaia, certo, ma che proprio per questo, grazie al teatro povero e sociale di Grotowski, si è fatta culturalmente ricca.
Pietro Mattonai
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