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Delitto di Capannoli, verdetto definitivo: «Mara uccisa a calci e pugni dal compagno»

Il cortile dell’abitazione dove avvenne la tragedia e nel riquadro la vittima, Mara Catani Nieri
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Il cortile dell’abitazione dove avvenne la tragedia e nel riquadro la vittima, Mara Catani Nieri

Anche la Cassazione conferma la sentenza di condanna a 7 anni. La donna fu trovata morta nel cortile di casa

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CAPANNOLI. Ha ucciso una donna a calci e pugni ed è stato condannato a sette anni di reclusione. Ora si è compiuto anche il terzo atto di una vicenda giudiziaria che è stata alquanto strana se si pensa che in un primo momento era stata prospettata la possibilità che la donna fosse morta per cause naturali. La Corte di Cassazione, l’altro giorno, ha confermato la sentenza della Corte di Assise d’appello di Firenze: è stato il compagno a uccidere Mara Catani Nieri, 42 anni, trovata morta a Capannoli, nel cortile di casa, la mattina del 26 aprile 2013, nel cortile della casa dove la coppia viveva a Capannoli. Mara è morta in conseguenza delle botte che l'uomo, con il quale aveva frequenti litigi, le aveva dato la sera prima della tragedia. E anche se il camionista di Zambra nelle ore successive alla morte di Mara aveva cercato depistare gli inquirenti, la verità era emersa già dopo il riscontro dell’autopsia. Alfredo Di Giovannantonio, che ha circa 40 anni, a breve potrebbe essere arrestato e accompagnato in carcere, dando esecuzione ad una sentenza di condanna che ormai è diventata definitiva.

Una storia tristissima quella di Mara. E lo è ancora di più se si pensa a cosa è successo dopo la sua morte. E a quanto sia stato difficile per la sua famiglia, che ha potuto contare sul sostegno dell’avvocato Rolando Rossi di Pisa, arrivare alla verità e ad avere un minimo di giustizia. L’uomo durante l’inchiesta e nelle fasi successive non è mai stato raggiunto da una misura cautelare. Ma a questo punto i tre gradi di giudizio previsti dall’ordinamento si sono conclusi.

Di Giovannantonio era accusato di omicidio preterintenzionale e al processo di primo grado il pubblico ministero, Giovanni Porpora, aveva chiesto alla fine di un lungo processo che fosse condannato a otto anni, poi ridotti a sette.

I giudici della Corte di Assiste di Appello avevano anche accolto il ricorso presentato dalla parte civile, per quanto riguarda il risarcimento danni alla madre e ai familiari di Mara. La sentenza di primo grado infatti aveva inferto un altro colpo, sia pure in maniera figurata, alla famiglia. Non aveva infatti riconosciuto il risarcimento chiesto dalla famiglia sostenendo che non era possibile valutare il danno e la vicinanza alla vittima degli stessi familiari.

La sentenza di secondo grado invece aveva riconosciuto anche una provvisionale immediatamente esecutiva. L'imputato, difeso dall’avvocato Giuseppe Carvelli, ha sempre negato quello che era accaduto, sostenendo che Mara era caduta accidentalmente dalle scale e che, quando era andato a dormire, lei era viva. Resterà sempre un grande dubbio. Poteva essere evitata l’ennesima morte di una donna? Se fossero stati attivati i soccorsi in tempo, forse la donna avrebbe potuto vedere crescere suo figlio. Invece quando Mara venne trovata era troppo tardi.

Soddisfatti per l’esito della Cassazione l’avvocato Rossi e la famiglia di Mara anche se niente potrà restituire la vita alla povera donna.

Preoccupazione per l’imputato che sapeva che dopo il terzo grado di giudizio rischiava di andare in carcere.(s.c.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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