Il presidio
ESAGERANDO AVREI CAMBIATO TUTTO IL FINALE
Con “Uno zio Vanja”, adattamento di Letizia Russo del dramma ottocentesco di Checov interpretato e diretto da Vinicio Marchioni, si assiste a un tentativo di attualizzare l’opera rimasto un po’ a...
Con “Uno zio Vanja”, adattamento di Letizia Russo del dramma ottocentesco di Checov interpretato e diretto da Vinicio Marchioni, si assiste a un tentativo di attualizzare l’opera rimasto un po’ a metà; da un lato la rivisitazione non è riuscita a proporre una nuova chiave di lettura, dall’altro i contenuti inseriti hanno rotto il pathos imponente del dramma originale, ottenendo il risultato di spiazzare lo spettatore. Un secondo tempo con un ritmo nettamente più coinvolgente del primo.
Attori bravi; fantastici i contrappunti di Andrea Caimmi. Filippo Lai, che ha sostituito all’ultimo minuto Francesco Montanari nell’interpretazione del dott. Astrov, ha scontato il suo esordio improvviso nel primo tempo con una recitazione un po’ scolastica, prontamente perdonata nel secondo quando è entrato davvero in scena dimostrando un gran bel talento.
Nel cast spicca Milena Mancini, Elena, la quale con una sensualità prorompente, unita a una indubbia presenza scenica e un gran tessuto recitativo, ha un po’ indispettito il pubblico, specie femminile. In scena si sono creati due poli di attrazione lasciando l’attore protagonista, già prima mai davvero protagonista, in un limbo scenico, che avrebbe potuto riempire meglio usando fino in fondo la drammaticità esistenziale che Cechov seppe dare al personaggio nell’opera originale. Potente il finale interpretato da Sonia, ottima per tutto l’arco della serata.
È sempre difficile cambiare un’opera specie se un monumento della drammaturgia, ma se proprio avessi dovuto farlo avrei preferito esagerare, cambiando il finale. Avrei fatto uscire Sonja e lo zio Vanja dall’apertura del fondo della scena superando con difficoltà le macerie e andando verso l’albero fiorito. L’albero come simbolo di vita terrena, che va vissuta in pieno, al meglio possibile, facendo delle scelte spesso coraggiose, al limite della pazzia, vissuta però sulla terra senza vane speranze di altre vite da vivere. Per evitare di impazzire in una vita banale bisogna spesso fare scelte pazze.
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