Il presidio
Per andare al presidio si fa dieci chilometri a piedi nella neve
Gesto eroico di un ex dipendente della Tmm sotto la bufera Russo, vicino alla pensione: volevo stare coi miei compagni
PONTEDERA. «Io vado al presidio». Giovanni Russo non ha tentennamenti davanti alla moglie, mentre fuori dalla finestra la neve cade come fossimo a Cortina. «Ma dove vai, non vedi quanto nevica?», risponde lei sapendo già come andrà a finire. Del resto suo marito ha sessant’anni, ad agosto andrà in pensione, ma da sette mesi ogni mattina alle 6,30 si presenta dai suoi compagni di lotta, gli operai della Tmm. Lui lo è stato per 27 anni e dimostra quanto sia radicata la battaglia che i lavoratori stanno portando avanti per ritrovare un’occupazione che è stata tolta loro all’improvviso, quasi senza un vero perché. Ma ciò che ha fatto Russo l’altra mattina ha dell’incredibile. Volendo comunque raggiungere viale Africa a Pontedera, ma non potendo prendere l’auto per l’impraticabilità delle strade, alle 6,15 è partito a piedi da Santa Colomba, frazione di Bientina. E dopo dieci chilometri di camminata, dopo quasi due ore è arrivato a destinazione.
Passo dopo passo al lato della strada. Dal suo paese verso Calcinaia, poi il ponte sull’Arno e via Giovanni XXIII che nel tratto pontederese, prima della Tosco Romagnola diventa via Salvo D’Acquisto. All’incrocio, a sinistra verso il ponte sullo Scolmatore e dopo a destra per costeggiare il canale e imboccare viale Africa fino alle tende degli ex dipendenti della fabbrica di marmitte chiusa ad agosto. «Volevo essere presente al presidio, perché sapevo che solo in due avevano passato la notte sotto la tenda – racconta – Con le condizioni in cui erano le strade avevo paura che in tanti non potessero nemmeno partiti. E allora ho deciso di incamminarmi».
Durante il tragitto, il sessantenne scattava foto e le inviava ai colleghi che, puntualmente, le rilanciavano su Facebook informando dell’impresa di Giovanni. «Non è stato semplice – spiega – però non volevo mancare. Quando sono arrivato, tra l’altro, c’era anche il problema a una tenda che rischiava di cadere per la troppa neve accumulata. Poi è arrivata la Protezione civile e tutto si è risolto per il meglio».
La parentesi sotto la neve rappresenta uno dei tanti giorni al presidio di un lavoratore che non avrebbe bisogno di lottare in questa maniera, visto che tra pochi mesi riceverà l’assegno della pensione. «Non lo faccio per me – sottolinea Russo – ma per i miei compagni. Voglio stare al loro fianco in questa battaglia che dura ormai da troppo tempo. Ma che, come abbiamo dimostrato più volte, abbiamo intenzione di portare fino in fondo».
E lui è tra quelli che dà l’esempio. Ogni giorno arriva al presidio alle 6,30 e ci resta fino all’ora di pranzo. Se non mangia con i compagni va a casa dalla moglie e poi torna per un paio d’ore. «Oltre alle notti che trascorro sotto la tenda a dormire – dice ancora – Ci stiamo impegnando tutti per portare avanti una lotta sacrosanta. Il lavoro è dignità e noi stiamo difendendo questo concetto con tanti sacrifici, ma anche con la determinazione di chi sa che, alla fine, riuscirà a dimostrare di avere ragione. E la base di tutto questo è il presidio che non può essere abbandonato». (a.q.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
