Stazione, manca personale per far salire il disabile
La lettera sfogo della sorella di un portatore di handicap che racconta l’odissea che ha rappresentato per lei e i familiari un viaggio a Milano
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PONTEDERA. Avere una stazione ferroviaria accessibile anche ai disabili è una questione di civiltà. E la storia che viene raccontata dalla sorella di un giovane con una disabilità motoria, non può che fare riflettere. Non riveliamo il nome della donna per tutelare il fratello.
«Quotidianità, routine, “normalità”. Quando pensiamo a queste parole le associamo a qualcosa di tranquillo, di normale appunto; immaginiamo una sorta di comfort zone, una dimensione in cui sentirsi al sicuro. Eppure la mia, anzi, la nostra quotidianità è diversa; piena di imprevisti e ostacoli continui da dover saltare. E se c’è di mezzo un disabile, beh, parlare di ostacoli da saltare potrà anche far smuovere un po’ il riso, ma non il mio!», scrive la sorella di un ragazzo disabile dalla nascita. «Fiera di esserlo, eppure rattristata dall’inettitudine, la pochezza e la superficialità di certe persone. Persone che, per loro fortuna (o sfortuna – dipende dai punti di vista), non hanno mai spinto una carrozzina in una strada di città, magari priva di discese di fronte alle strisce pedonali e, per rendere ancora il tutto più difficile, con due o tre macchine parcheggiate sul marciapiede, così da non poterci proprio passare».
Il 2 gennaio, in occasione di quello che doveva essere un tranquillo viaggio a Milano, è successo qualcosa su cui la giovane vuole riflettere pubblicamente: «Mio fratello, mia madre e io siamo nella galleria sotterranea della stazione di Firenze, con bagagli e deambulatore da portare. Dobbiamo salire ai binari, e così chiediamo dell’ascensore ad una guardia. Risposta: non è agibile, è guasto da un anno. Il tempo è poco, ci avviciniamo all’ora della partenza; come fare? Non c’è altra soluzione che prendere in collo mio fratello – che ormai non è più un bambino – mi faccio tutta la scalinata, mentre mia madre porta il deambulatore ed è solo grazie ad alcuni passanti, che con grande gentilezza ci aiutano a portare su valigie e carrozzina, che riusciamo a prendere il treno. L’uomo va su Marte, e a Firenze non si riesce ad accomodare un ascensore! », si sfoga la giovane. Ma non è finita qui. «Eccoci di nuovo a Firenze, di ritorno da Milano: stesso problema! Usciti dalla stazione, ci siamo messi a cercare di capire come arrivare al parcheggio sotterraneo. Un signore ci ha detto che alle scale mobili c’era una pedana ma dovevamo chiamare l’addetto. Questo ha significato: capire come chiamarlo; attenderne l’arrivo; montare sulla pedana; e molto, ma molto lentamente, fare il percorso. Stavolta non dovevamo prendere alcun treno, ma se uno arriva alla stazione con i minuti contati o anche solo calcolati adeguatamente… perde il treno».
Disagi su disagi. Per non parlare della stazione di Pontedera, «dove un disabile non può prendere il treno perché manca il personale per farlo salire. Mi chiedo come, agli albori del 2018, non si riesca ancora a capire il disagio che certe situazioni arrecano ad un disabile, facendolo sentire escluso. Fatevi un esame di coscienza, un minuto; lo stesso minuto che viene tolto ad un disabile quando vi facciamo presente che alcuni parcheggi sono riservati ai portatori di handicap. “Sì signora, ha ragione, ma è solo un minuto”: considerate la banalità di questa risposta, e capirete cosa voi, quotidianamente, potete fare per rendere meno faticosa la vita di un disabile. Non è questione di un minuto: è una questione di civiltà».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
«Quotidianità, routine, “normalità”. Quando pensiamo a queste parole le associamo a qualcosa di tranquillo, di normale appunto; immaginiamo una sorta di comfort zone, una dimensione in cui sentirsi al sicuro. Eppure la mia, anzi, la nostra quotidianità è diversa; piena di imprevisti e ostacoli continui da dover saltare. E se c’è di mezzo un disabile, beh, parlare di ostacoli da saltare potrà anche far smuovere un po’ il riso, ma non il mio!», scrive la sorella di un ragazzo disabile dalla nascita. «Fiera di esserlo, eppure rattristata dall’inettitudine, la pochezza e la superficialità di certe persone. Persone che, per loro fortuna (o sfortuna – dipende dai punti di vista), non hanno mai spinto una carrozzina in una strada di città, magari priva di discese di fronte alle strisce pedonali e, per rendere ancora il tutto più difficile, con due o tre macchine parcheggiate sul marciapiede, così da non poterci proprio passare».
Il 2 gennaio, in occasione di quello che doveva essere un tranquillo viaggio a Milano, è successo qualcosa su cui la giovane vuole riflettere pubblicamente: «Mio fratello, mia madre e io siamo nella galleria sotterranea della stazione di Firenze, con bagagli e deambulatore da portare. Dobbiamo salire ai binari, e così chiediamo dell’ascensore ad una guardia. Risposta: non è agibile, è guasto da un anno. Il tempo è poco, ci avviciniamo all’ora della partenza; come fare? Non c’è altra soluzione che prendere in collo mio fratello – che ormai non è più un bambino – mi faccio tutta la scalinata, mentre mia madre porta il deambulatore ed è solo grazie ad alcuni passanti, che con grande gentilezza ci aiutano a portare su valigie e carrozzina, che riusciamo a prendere il treno. L’uomo va su Marte, e a Firenze non si riesce ad accomodare un ascensore! », si sfoga la giovane. Ma non è finita qui. «Eccoci di nuovo a Firenze, di ritorno da Milano: stesso problema! Usciti dalla stazione, ci siamo messi a cercare di capire come arrivare al parcheggio sotterraneo. Un signore ci ha detto che alle scale mobili c’era una pedana ma dovevamo chiamare l’addetto. Questo ha significato: capire come chiamarlo; attenderne l’arrivo; montare sulla pedana; e molto, ma molto lentamente, fare il percorso. Stavolta non dovevamo prendere alcun treno, ma se uno arriva alla stazione con i minuti contati o anche solo calcolati adeguatamente… perde il treno».
Disagi su disagi. Per non parlare della stazione di Pontedera, «dove un disabile non può prendere il treno perché manca il personale per farlo salire. Mi chiedo come, agli albori del 2018, non si riesca ancora a capire il disagio che certe situazioni arrecano ad un disabile, facendolo sentire escluso. Fatevi un esame di coscienza, un minuto; lo stesso minuto che viene tolto ad un disabile quando vi facciamo presente che alcuni parcheggi sono riservati ai portatori di handicap. “Sì signora, ha ragione, ma è solo un minuto”: considerate la banalità di questa risposta, e capirete cosa voi, quotidianamente, potete fare per rendere meno faticosa la vita di un disabile. Non è questione di un minuto: è una questione di civiltà».
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