La sua abitazione venduta all’asta: la disperazione di una donna invalida
Vani gli appelli di Maria Guarino, ha perso la casa per un debito di 65mila euro contratto da un figlio. Un familiare: «Non è stato possibile ricorrere alla legge del 2012 sul sovraindebitamento»
FAUGLIA. Le ansie di Maria Guarino, 60 anni, invalida al cento per cento, e del marito di 72 anni erano più che concrete. La loro casa è stata venduta all’asta per un debito che era stato contratto da uno dei figli della coppia con il quale non hanno più contatti ma che li ha lasciati in una situazione incredibile.
Ma quello che è ancora peggio è che, pur sapendo che l’alloggio è abitato da due pensionati e che la donna ha gravi problemi di salute, la banca è andata avanti e chi ha acquistato l’edificio ha già messo in moto l’ufficiale giudiziario.
A spiegare punto per punto il dramma di questa famiglia è l’altro figlio, Claudio D’Alloro, che ci sta rimettendo anche lui in salute e ha cercato di combattere una battaglia contro i mulini a vento.
Le parole dell’invalida suonano come un grido disperato. Un monito per le istituzioni prima che possa accadere qualcosa di grave. «Questa storia - racconta il figlio - inizia nel 2011 quando i miei si vedono recapitare un decreto ingiuntivo e nel 2014 un atto di precetto. Poi il pignoramento e successiva ipoteca sull’unica casa di proprietà per un debito pari a 58.000 euro poi divenuto con precetto di 60.000 euro, debito contratto da mio fratello con Unicredit nel 2008, i miei genitori erano garanti del debito che inizialmente era di 65.000 euro».
Nel corso degli anni, fino al 2015 sono stati versati 12.500 euro circa. I coniugi hanno fatto quello che era nelle loro possibilità. «Poi la banca (che abbiamo contattato ma per ora senza risposte, ndr) ha proposto ai miei genitori il pagamento di 1.700 euro al mese per 24 mesi. Vi sembra una proposta da fare a persone anziane?», chiede il figlio della signora Maria, la quale già nei giorni scorsi aveva chiesto aiuto attraverso “Il Tirreno”.
Alla fine Unicredit ha deciso di proseguire con la vendita all’asta dell’immobile che è iniziata «con una prima ispezione di Ivg nel gennaio 2017, perizia di aprile 2017 e vendità al secondo incanto pochi giorni fa», aggiunge il figlio.
L’unico tentativo possibile era quello di ricorrere alla legge 3/2012, quelle sul sovraindebitamento delle famiglie e delle imprese (rinominata legge salva suicidi) che, a quanto risulta, non è stata presa in considerazione. «Abbiamo presentato nel luglio 2016 una istanza: in una prima fase richiedevamo il pagamento integrale del debito attraverso un piano dettagliato, ma il giudice che non ha competenze specifiche ha nominato un Occ (Organismo di composizione della crisi) che in teoria doveva verificare e trovare con noi una soluzione. Al secondo appuntamento mi ha detto che lui di questa legge non era a conoscenza e che aveva dovuto prendere il mandato perché sennò, si sa, non te ne danno più».
Nessuno, secondo la versione della famiglia, ha ascoltato le loro richieste. «Le possibilità con questa legge erano diverse, ma sia l’Occ che il giudice, lo stesso incaricato della vendita dell’immobile, non le hanno seguite».
Eppure la legge è stata fatta per questo, per andare incontro alle esigenze di chi non può pagare tutto e subito. I coniugi sono già stati invitati a lasciare quella casa. Non lo faranno, almeno finché avranno le forze. E nel frattempo hanno deciso di rendere pubblico il loro dramma. Nessuno potrà dire che non sapeva.
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