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“La signorina Else” scritta nel 1924 ma così attuale
di MAURIZIO PIERI
Alla Città del Teatro e della Cultura di Cascina, la scelta della direzione artistica di Andrea Buscemi per la Giornata mondiale contro la violenza delle donne ci ha offerto, nella mirabile...
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Alla Città del Teatro e della Cultura di Cascina, la scelta della direzione artistica di Andrea Buscemi per la Giornata mondiale contro la violenza delle donne ci ha offerto, nella mirabile interpretazione di Martina Benedetti, il monologo introspettivo di Arthur Schnitzler: “La signorina Else”.
Allo scopo di salvare il padre dal carcere per un debito contratto al gioco, si deve concedere al laido Von Dorsday. La voce limpida di Martina ha attraversato gli animi degli spettatori accompagnandoli nelle laceranti e sconvolgenti emozioni di questa giovane che deve piegarsi alla mercificazione di sé. La violenza della vita emerge in tutta la sua tragicità sconvolgendo i valori fondamento del senso stesso dell’esistenza nella ragazza, aprendo così all’idea della morte, dall’odio per il padre che ha commissionato la sua profferta in contrasto con l’amore filiale, al tentativo disperato di prendere distanza dal conflitto lacerante che si apre in lei con l’autosarcasmo e si conclude con la dissociazione dal corpo oggetto del mercimonio e causa del conflitto morale, fuggendo dal dolore con la morte ingerendo dei barbiturici.
Pur se è una critica alla società viennese – l’opera è del 1924 – niente è più attuale dell’egoismo e del conformismo dilagante che caratterizza la società e la politica dei nostri tempi. In una società consumistica e mercificata, la dignità di una persona è condizionata dal potere d’acquisto, non c’è libertà di scelta senza denaro, i nostri giovani educati ai valori della vita arrancano sottoccupati o disoccupati, in un’ostentazione dei privilegi di pochi. In realtà massacriamo le forze dei giovani calpestando il merito, le energie ed il futuro. Una società di vecchi privilegiati indifferenti alla mancanza di un futuro per le nuove generazioni, testimoniati da una classe dirigente che cerca solo di sopravvivere a se stessa.
Questo raccolgo ogni giorno nel mio ambulatorio di psichiatra, una domanda di cura ad un fallimento esistenziale che è imposto da una società che non investe più nella persona.
Brava Martina!
Allo scopo di salvare il padre dal carcere per un debito contratto al gioco, si deve concedere al laido Von Dorsday. La voce limpida di Martina ha attraversato gli animi degli spettatori accompagnandoli nelle laceranti e sconvolgenti emozioni di questa giovane che deve piegarsi alla mercificazione di sé. La violenza della vita emerge in tutta la sua tragicità sconvolgendo i valori fondamento del senso stesso dell’esistenza nella ragazza, aprendo così all’idea della morte, dall’odio per il padre che ha commissionato la sua profferta in contrasto con l’amore filiale, al tentativo disperato di prendere distanza dal conflitto lacerante che si apre in lei con l’autosarcasmo e si conclude con la dissociazione dal corpo oggetto del mercimonio e causa del conflitto morale, fuggendo dal dolore con la morte ingerendo dei barbiturici.
Pur se è una critica alla società viennese – l’opera è del 1924 – niente è più attuale dell’egoismo e del conformismo dilagante che caratterizza la società e la politica dei nostri tempi. In una società consumistica e mercificata, la dignità di una persona è condizionata dal potere d’acquisto, non c’è libertà di scelta senza denaro, i nostri giovani educati ai valori della vita arrancano sottoccupati o disoccupati, in un’ostentazione dei privilegi di pochi. In realtà massacriamo le forze dei giovani calpestando il merito, le energie ed il futuro. Una società di vecchi privilegiati indifferenti alla mancanza di un futuro per le nuove generazioni, testimoniati da una classe dirigente che cerca solo di sopravvivere a se stessa.
Questo raccolgo ogni giorno nel mio ambulatorio di psichiatra, una domanda di cura ad un fallimento esistenziale che è imposto da una società che non investe più nella persona.
Brava Martina!
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