QUELLA FARSA “MONDIALE” CHE NON DOBBIAMO DIMENTICARE
di MARIO NERI
Le ruspe da ieri sono al lavoro. Colpo dopo colpo, sbricioleranno lo scheletro di cemento di Roffia. A San Miniato è chiamata così la palazzina che il Coni ventisette anni fa cominciò a costruire ai...
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Le ruspe da ieri sono al lavoro. Colpo dopo colpo, sbricioleranno lo scheletro di cemento di Roffia. A San Miniato è chiamata così la palazzina che il Coni ventisette anni fa cominciò a costruire ai bordi del bacino idrico artificiale. Con i calcinacci rimasti a marcire per due generazioni, l’Italia ora gratterà via dal paesaggio toscano una delle incrostazioni tangibili della Prima Repubblica, una delle tante icone della sua storia più deteriore. Finanziata con i fondi di Italia ’90, per inopinata e imperscrutabile creatività progettuale quei soldi avrebbero dovuto far nascere il primo tassello di una Cittadella dell’acqua dedicata al canottaggio. Sì, i soldi per i Mondiali di calcio alle canoe. Ovviamente, come per molte delle grandi opere immaginifiche concepite ai tempi delle “Notti magiche”, quell’orribile palafitta rimasta incompiuta non lasciò a secco architetti, costruttori e chissà chi altro. Per quello che si sarebbe rivelato solo uno sfregio al territorio, il Coni investì un miliardo di lire. Erano i tempi delle grandi abbuffate, dei milioni distribuiti a pioggia, bruciavano i falò delle vanità di Tangentopoli. Davvero un’era geologica fa per la cattiva politica e i suoi tuguri morali? Ecco, una volta igienizzata dall’ecomostro, sulla terra rimasta nuda di Roffia forse non risulterebbe pleonastico uno di quei totem che ne ricordi la storia. Casomai a qualcuno tornassero velleità da “Notti magiche”, e la voglia di fare un falò.
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