Meteo
«Lesioni volontarie che l’hanno fatta morire»
Uccisione di Mara Catani Nieri: le motivazioni della Corte d’Assise d’Appello E’ stato il convivente ad aggredirla, sette anni di carcere e il risarcimento
3 MINUTI DI LETTURA
CAPANNOLI. Quanto vale la vita di una donna che è stata uccisa a calci e pugni dal suo convivente che l’ha lasciata nel cortile di casa dove poi la vittima, Mara Catani Nieri è morta a soli 42 anni?
Chissà quante volte se lo sono chiesto in questi mesi la mamma e i familiari della giovane madre. Per loro dopo la morte di Mara è iniziato un altro calvario, quello per vedere riconosciute le responsabilità del convivente, Alfredo Di Giovannantonio, camionista di 43 anni, di Zambra, finito a giudizio con l’accusa di omicidio preterintenzionale. L’uomo, condannato in primo grado e poi anche in secondo grado, dalla Corte di Assise d’Appello di Firenze, a sette anni di carcere ha cambiato più volte versione rispetto ai fatti avvenuti la notte in cui Mara è morta, il 26 aprile 2013. La coppia la sera del 25 era stata a Calci a cena da un amico, qui i conviventi avevano litigato dopo essersi ubriacati e l’imputato aveva aggredito la donna, forse in presenza del loro bambino. Fin dall’inizio è stato escluso l’omicidio volontario sia per le modalità dell’aggressione sia per il fatto che l’uomo non sapeva che Mara aveva alcune patologie che poi hanno aggravato la situazione fino a causarne la morte.
I giudici del tribunale di Pisa non avevano previsto alcun risarcimento dei danni per la famiglia: un lato oscuro della sentenza. La Corte d’Assise d’Appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha condannato l’imputato a risarcire la parte civile con una provvisionale di 10mila euro al padre e alla madre e di 5mila al fratello della vittima. Il legame affettivo con la famiglia di origine, si legge nelle motivazioni della sentenza che sono state depositate da poco, non può venire meno anche se, come nel caso della vittima, c’è di mezzo un disagio. Mara, infatti, a volte si isolava per nascondere i problemi di alcolismo. Ma aveva confidato ad un’amica che il convivente la picchiava e questo, dopo il dramma, aveva convinto la madre a battersi, aiutata dall’avvocato Rolando Rossi di Pisa, a scoprire le vere cause della morte della donna.
Per la Corte d’Assise d’Appello, dunque, il camionista è colpevole essendo stato provato che «egli provocò volontariamente le lesioni alla vittima, dalle quali è derivata - anche per il concorso di cause preesistenti e concomitanti, non tali da determinare da sole l’evento - la morte della stessa».
L’imputato ha cambiato più volte versione ma la Corte di primo grado e poi quella del secondo ha ritenuto che le lesioni rilevate sul corpo della vittima fossero incompatibili con la caduta accidentale descritta ad un certo momento delle indagini dall’imputato e fossero invece da ricondurre ad un’aggressione. Mara aveva il setto nasale rotto, la tumefazione del labbro superiore, contusioni all’orecchio destro e all’occhio sinistro. Era stata trascinata per 80 metri e questo le aveva provocato altre lesioni sul corpo.(s.c.)
Chissà quante volte se lo sono chiesto in questi mesi la mamma e i familiari della giovane madre. Per loro dopo la morte di Mara è iniziato un altro calvario, quello per vedere riconosciute le responsabilità del convivente, Alfredo Di Giovannantonio, camionista di 43 anni, di Zambra, finito a giudizio con l’accusa di omicidio preterintenzionale. L’uomo, condannato in primo grado e poi anche in secondo grado, dalla Corte di Assise d’Appello di Firenze, a sette anni di carcere ha cambiato più volte versione rispetto ai fatti avvenuti la notte in cui Mara è morta, il 26 aprile 2013. La coppia la sera del 25 era stata a Calci a cena da un amico, qui i conviventi avevano litigato dopo essersi ubriacati e l’imputato aveva aggredito la donna, forse in presenza del loro bambino. Fin dall’inizio è stato escluso l’omicidio volontario sia per le modalità dell’aggressione sia per il fatto che l’uomo non sapeva che Mara aveva alcune patologie che poi hanno aggravato la situazione fino a causarne la morte.
I giudici del tribunale di Pisa non avevano previsto alcun risarcimento dei danni per la famiglia: un lato oscuro della sentenza. La Corte d’Assise d’Appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha condannato l’imputato a risarcire la parte civile con una provvisionale di 10mila euro al padre e alla madre e di 5mila al fratello della vittima. Il legame affettivo con la famiglia di origine, si legge nelle motivazioni della sentenza che sono state depositate da poco, non può venire meno anche se, come nel caso della vittima, c’è di mezzo un disagio. Mara, infatti, a volte si isolava per nascondere i problemi di alcolismo. Ma aveva confidato ad un’amica che il convivente la picchiava e questo, dopo il dramma, aveva convinto la madre a battersi, aiutata dall’avvocato Rolando Rossi di Pisa, a scoprire le vere cause della morte della donna.
Per la Corte d’Assise d’Appello, dunque, il camionista è colpevole essendo stato provato che «egli provocò volontariamente le lesioni alla vittima, dalle quali è derivata - anche per il concorso di cause preesistenti e concomitanti, non tali da determinare da sole l’evento - la morte della stessa».
L’imputato ha cambiato più volte versione ma la Corte di primo grado e poi quella del secondo ha ritenuto che le lesioni rilevate sul corpo della vittima fossero incompatibili con la caduta accidentale descritta ad un certo momento delle indagini dall’imputato e fossero invece da ricondurre ad un’aggressione. Mara aveva il setto nasale rotto, la tumefazione del labbro superiore, contusioni all’orecchio destro e all’occhio sinistro. Era stata trascinata per 80 metri e questo le aveva provocato altre lesioni sul corpo.(s.c.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
