Il Tirreno

Pontedera

«Il vero problema sono gli stranieri che non lavorano»

Parlano alcuni immigrati che vivono nel quartiere stazione: troppi nullafacenti passano le giornate in piazza Unità d’Italia

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PONTEDERA. «I problemi non li creiamo noi che lavoriamo e viviamo a Pontedera da più di 15 anni. Il problema sono le tante persone che negli ultimi tempi sono arrivate in Italia dall'Africa, che stanno qui nel quartiere della stazione senza fare nulla. Non sono pericolose, questo no, ma chi non le conosce e magari è anziano e indifeso può spaventarsi. Capisco le loro lamentele: hanno ragione».

Aliou Lo ha 56 anni e dal 1995 vive a Pontedera. Lavorava come operaio agricolo, ora è disoccupato e sta cercando un nuovo impiego. Durante il Caffè Tirreno di lunedì mattina al bar Marianelli - l'iniziativa del nostro giornale per raccontare i quartieri di Pontedera attraverso le parole dei cittadini - abbiamo incontrato Aliou davanti all'ingresso della stazione ferroviaria. Senegalese, famiglia in Italia, è un esempio di perfetta integrazione. E ammonisce i suoi connazionali (e non solo) che stanno tutto il giorno senza far nulla.

«Il pomeriggio io spesso passo da qui - dice Lo - ed è pieno di giovani nigeriani, maliani e senegalesi. Non fanno niente. Fra loro ci sono anche tanti richiedenti asilo, ma poi lo status lo concederanno a pochi perché la maggior parte delle persone non arrivano dai paesi in guerra, come gli ivoriani. In ogni caso non ho mai visto nessuno di loro dare noia ai cittadini - continua Aliou - ma se gli anziani che non li conoscono hanno paura, hanno anche ragione. Non c'è lavoro: è comunque un problema non facile da risolvere».

Anche il 56enne senegalese, in questi giorni, sta cercando lavoro. Ormai è un pontederese a tutti gli effetti, visto che è qui da 23 anni. In città si trova molto bene, tanto che la considera la sua seconda casa. A parlare con Aliou si ferma Seydina Niane, 40 anni, che un impiego ce l'ha: è dipendente di una cooperativa di pulizie che ha in appalto il servizio in stazione e la sera dà una mano come buttafuori all'entrata di alcuni locali. È costretto a farlo, saltuariamente, perché sua moglie non lavora e l'affitto mensile è pesante: 600 euro più il condominio. «Nessuno mi aiuta - spiega Seydina - e non ho mai avuto una casa popolare, quindi sono costretto a lavorare di più. Io qui sto bene. Se magari gli affitti costassero meno…».

Seydina, come il collega di 16 anni più grande, se la prende con le persone che stazionano in piazza Unità d'Italia senza far niente. «Non va bene - dice - perché se uno vuole venire in Italia, deve farlo per lavorare, per il suo futuro. Avere dei diritti è sacrosanto, ma non bisogna rompere le scatole. Io spero che chi raggiunge questo paese si comporti bene e rispetti gli italiani. E se qualcuno prende in giro le persone, è giusto che torni da dove è venuto». Anche Seydina è un perfetto esempio di integrazione: a Pontedera ha messo su una famiglia e pensa anche al futuro del suo (nostro) paese. «Pago le tasse, non ho mai lavorato al nero e trovo scandaloso che qualcuno lo faccia - continua il 40enne senegalese - e una volta, qualche anno fa, mi hanno versato i contributi fiscali in busta paga. Io non lo sapevo e dopo qualche anno l'Agenzia delle Entrate mi ha chiesto 5mila euro. Li ho pagati, ho fatto molti sacrifici ed era giusto fare così».

Sulla situazione del quartiere - che nonostante gli esempi positivi di Aliou e Seydina soffre di problemi di integrazione - è intervenuto anche il rappresentante della comunità senegalese, Mamadou Diop, presente al Caffè Tirreno: «Questo è un rione dove c'è tensione perché ci sono sempre problemi e non si sa come risolverli. Ma non è pericoloso: siamo qui da 15 anni e non abbiamo mai visto livelli di criminalità paragonabili alle altre città. Non c'è emergenza: per risolvere i problemi, comunque, serve l'intervento della polizia. I problemi di sicurezza pubblica vanno risolti così, con l'impiego delle forze dell'ordine. Non da soli».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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