Il Tirreno

Pontedera

I molti dubbi sui materiali che riempiono Rio Pozzale

L’alveo fu coperto 25 anni fa ma non si è mai saputo che tipo d’inerti furono usati Ora una richiesta all'Arpat che però non interviene senza la segnalazione dell'Asl

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LATIGNANO. Con che cosa fu riempito l'alveo del Rio Pozzale?

Con questa domanda, oggi, i residenti della strada che corre parallela all'Arnaccio convivono quotidianamente. I pensieri tornano indietro nel tempo, esattamente fino a 25 anni fa, quando decine e decine di camion autorizzati dal Comune di Cascina, iniziarono a svuotare materiale inerte e di origine sconosciuta nel letto del fiumiciattolo.

Di quello che un tempo fu il Rio Pozzale, ora resta solo il nome dell'omonima strada di Latignano, e lì, dove scorreva l'acqua di scolo delle campagne limitrofe, oggi cresce della vegetazione rigogliosa.

«Venti o venticinque anni fa - spiega Cristina Lardieri, residente in via di Rio Pozzale - l'amministrazione comunale decise di coprire il ruscello di scorrimento per poi allargare la carreggiata della strada».

Col passare degli anni i dubbi dei residenti sono cresciuti, dato che nella zona non sono rari piccoli orti e pozzi per il prelievo dell'acqua e l'innaffiatura dei prati.

«Noi residenti - continua Lardieri - non potevamo conoscere la natura del materiale usato per la copertura di Rio Pozzale. Ma secondo alcune testimonianze, confortate da materiale fotografico, possiamo ipotizzare che furono usati materiali inerti provenienti da cantieri edili e liquami di dubbia natura e origine».

Già al tempo dei lavori di copertura, i residenti della zona chiesero al Comune di Cascina di avere un resoconto sul materiale usato, ma l'amministrazione glissò e il fatto pian piano andò a finire nel dimenticatoio.

«I tempi sono cambiati - prosegue Cristina Lardieri - e anche la coscienza ambientale della società ha fatto grandi passi in avanti. Per questo motivo, per i dubbi che da tempo ci arrovellano, ho deciso di presentare una richiesta in merito all'Arpat, cosicché ci venga spiegato che cosa abbiamo sotto i piedi».

L'agenzia regionale per la protezione ambientale, però, non può intervenire senza la segnalazione dell'Usl di zona, così Cristina Lardieri ha inviato una mail conoscitiva all'ente e ora resta in attesa di una risposta.

«Non voglio creare allarmi di nessun genere - dice Lardieri - ma da troppo tempo convivo con i dubbi e la paura di avere a pochi metri da casa una discarica di materiale inquinante. Siamo ancora in attesa della risposta da parte dell’Azienda sanitaria locale, di sicuro non ci fermeremo qui. Lo dobbiamo ai nostri figli e nipoti, al futuro che verrà».

Carlo Palotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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