Il Tirreno

Pontedera

«Mi hanno impedito di svolgere il lavoro che mi era affidato»

di Luca Daddi e Sabrina Chiellini
«Mi hanno impedito di svolgere il lavoro che mi era affidato»

Teatro: l’ex direttrice artistica Donatella Diamanti spiega le ragioni della rottura con i nuovi amministratori

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CASCINA. Dottoressa Donatella Diamanti, lei non è più direttore artistico del Teatro di Cascina. Quali problemi sono sorti tra lei e i nuovi amministratori del Comune e del Politeama?

«I punti di non convergenza sono stati il non aver accolto la richiesta di scrivere un testo sulle foibe - un autore deve essere ispirato dal tema e io non lo ero - e la pretesa di chiedere alle compagnie inserite nel cartellone di ridurre del 20% i compensi già concordati. Al di là del fatto che c'era una parola data, ho trovato aberrante la logica sottesa: vista la fame, accetteranno tutti. Farsi forti delle difficoltà del settore non mi pare il modo migliore per difendere una categoria a cui si dice di tenere. Peraltro, solo quattro di loro hanno accettato, dichiarando pubblicamente le ragioni per cui vi erano costretti. Non so come la sindaca Susanna Ceccardi possa quindi dichiararsi soddisfatta di un’operazione che ha portato solo un minimo ritorno, a fronte di un ben più doloroso danno di immagine. Queste due esplicite divergenze passano comunque in secondo piano se si considera che a metà settembre i nuovi amministratori hanno scritto che fin dal primo Cda, tenutosi a inizio agosto, il presidente Andrea Buscemi e il suo vice Matteo Arcenni avevano avocato a sé le deleghe artistiche, impedendomi di fatto di svolgere il mio lavoro. Sono queste le premesse di chi cerca un punto di incontro?».

Cosa ha fatto a quel punto?

«Io ho continuato tuttavia a lottare per tenere in vita il mio progetto, con richieste di intervento o suggerimenti a cui nemmeno è stata data risposta. Ai loro occhi sono esistita solo per chiedere sui media le mie dimissioni, in un crescendo di capi d’accusa disparati e quasi mai legati alle funzioni svolte che ricorda molto la favola “Il lupo e l'agnello”. Se almeno sulla comunicazione mi avessero ascoltato, avrebbero forse evitato di avere la sala sempre vuota nella rassegna Teatro OFF. Una cosa che mi rattrista per le compagnie coinvolte».

Crede di essere stata esclusa dalla gestione del teatro per un problema di carattere politico?

«Posso raccontare i fatti e a quelli voglio attenermi. Le ragioni possono essere tante - personali, politiche, professionali - ma non può essere la vittima a dover spiegare il movente di chi agisce a suo danno».

Comune e Cda dicono di avere applicato lo statuto e di avere quindi rinunciato alla sua collaborazione legata alla durata in vita dello stesso consiglio di amministrazione. Contesterà questa decisione anche per vie legali?

«Il Cda uscente, consapevole tanto della norma statutaria quanto della richiesta del Ministero di formulare progetti triennali, ha scelto di affidarmi nel maggio 2015 un contratto fino al 30 aprile 2018. Questo è ciò che ho firmato e sul quale è corretto che si pronunci chi ne ha il potere. Da parte mia posso giusto domandare: quale professionista si sarebbe mai imbarcato nella costruzione di un progetto triennale, sapendo che ne avrebbe potuto seguire solo i primi passi? Per questo credo che la deroga attuata dal Cda sia stata essenziale».

Cosa risponde a chi parla di conti disastrosi del Teatro?

«Rispondo per la parte di mia competenza, ovvero quella artistica. Lì le cose sono andate molto bene. Il numero di spettatori è cresciuto anno dopo anno - i numeri sono tutti documentati e non opinabili - mentre è accaduto il piccolo miracolo di chiudere in pareggio i bilanci dell'attività artistica dal 2014 in poi. Non basta, il progetto da me portato avanti ha ricevuto un'approvazione tale da far passare il contributo ministeriale da 206.000 a 359.000 euro, con un incremento del 71% circa. Il più alto in Italia: non proprio un disastro, dunque».

Cosa risponde a chi contesta le scelte artistiche fatte dal Teatro sotto la sua gestione?

«Li inviterei a leggere dati e nomi senza pregiudizi a condizionarne lo sguardo. Rispetto ai numeri ho già detto prima; sulla qualità, artisti come Elio De Capitani, Luca Zingaretti, Emma Dante, Marco Paolini, Alessio Boni, Licia Maglietta, Antonello Fassari, Roberto Citran, Lella Costa, Carlotta Natoli, Lunetta Savino stanno a indicare un percorso fatto al tempo stesso di valore e di popolarità. Forse è proprio questo a mandare in confusione i miei detrattori, che mi hanno a volte indicata come troppo popolare e localistica, altre al contrario contestando scelte elitarie che avrebbero incontrato poco il favore del pubblico. Per fortuna le sale sempre piene e il sostanzioso aumento ministeriale stanno a dimostrare esattamente il contrario. Le formule "radical-chic" e "di nicchia" sono quanto mai vuote e inappropriate in questo caso se si pensa che abbiamo avuto il tutto esaurito per Lillo & Greg, Antonio Albanese, Alessandro Benvenuti, per un campione dello sport come "Zorro" Zorzi o per spettacoli nati in collaborazione con LEG come quelli di Giusy Ferreri, Fiorella Mannoia, Venditti o dei Pooh: li definireste di nicchia o per un pubblico snob e limitato?».

Accuse infondate, quindi?

«È evidente la strumentalità di simili accuse, tanto che perfino un grande attore non sospetto di simpatie di sinistra quale Luca Barbareschi è intervenuto apertamente per sostenermi. Quei sold out servivano peraltro a permettere di accogliere le giovani compagnie in residenza. Questa era l'identità di un teatro - non a caso Centro di produzione per l'infanzia e la gioventù - che temo si stia smarrendo. A questo punto ciò che mi auguro è che si sposti finalmente l'attenzione sulla Città del Teatro, anziché su di me o sui progetti a cui ho dato vita. I direttori passano, ciò che resta è invece quel senso di comunità che sa svilupparsi in un teatro vivo e vissuto. Sottrarsi al giochino fuorviante della personalizzazione dello scontro consentirà di capire meglio cosa ha significato per la Fondazione l'arrivo della nuova amministrazione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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