Il presidio
Quando i giocattoli non erano hi-tech
I coniugi Marconcini raccontano la metamorfosi dei balocchi
PONTEDERA. «Prima i bambini piccoli stringevano tra le mani una pallina, poi un pupazzo e così via. I giochi scandivano la loro crescita. Oggi è cambiato tutto. A 4-5 anni hanno già qualche aggeggio elettronico in mano. Questo cambiamento a me fa paura, ma probabilmente sono io che non capisco».
Nadia Giuntini ha 82 anni e per mezzo secolo è stata dietro al bancone di uno dei negozi di giocattoli più famosi della città. «Non avevamo un nome vero e proprio, ci chiamavano semplicemente Giocattoli Marconcini», spiega il marito di Nadia, Piero Marconcini, stessa età della moglie e una vita passata insieme a lei tra Barbie e modellini di automobili, nella centralissima via Gotti. I coniugi Marconcini, che abbiamo incontrato per farci raccontare come erano i giocattoli ai loro tempi, hanno chiuso definitivamente la saracinesca del loro punto vendita nel novembre del 1998. Hanno osservato da vicino l'evoluzione del gioco. I primi con componenti elettroniche, a Pontedera, li hanno venduti loro. «Bambole parlanti, neonati che piangevano se veniva tolto loro il ciuccio. In molti giocattoli la tecnologia si è inserita gradualmente, snaturandone le caratteristiche originali», dice ancora Piero, che non ha dubbi su quale sia stato il gioco più venduto in assoluto: «La Barbie – risponde in coro con la moglie – anche più di Ciccio Bello. C'erano nonni che venivano ad acquistare Barbie con la nipotina anche una volta a settimana. Ne abbiamo vendute davvero tante». I tempi cambiano, e con loro anche gli oggetti per lo svago dei bambini. Fatta eccezione per uno, che non passa mai di moda. Un "evergreen" dei balocchi.
«Il pallone. Quello non deve mancare in un negozio di giocattoli. È forse l'unico articolo - prosegue Piero Marconcini - che ha resistito allo scorrere del tempo. Certo, oggi i palloni in commercio sono più rifiniti rispetto a vent'anni fa, ma le caratteristiche del gioco sono rimaste le stesse». E se la palla è ancora sulla cresta dell'onda, sono quasi sparite le "macchinine". I modellini di automobili con cui i bambini passavano pomeriggi interi, simulando gare su piste improvvisate, magari sul tappeto di casa, o sulle panchine dei giardini, dove al Gp partecipavano anche gli amichetti, ognuno con la propria "macchinina". In casa Marconcini i giocattoli non mancano, e Nadia tira fuori proprio una serie di modellini. Da quelli in piccola scala, a una Maserati ancora nella confezione originale. E nell'archivio dei giocattolai pontederesi c'è anche una straordinaria riproduzione di un'auto d'epoca. «Questa è la più bella in assoluto. Non mi ricordo il prezzo, ma costava un sacco di soldi. Guardate la qualità, sembra vera». Anche se da diciotto anni non hanno più il negozio, a Piero e Nadia basta stringere tra le mani un giocattolo per tornare commercianti. Si vede dai gesti, da come parlano dei loro giochi, dai loro modi cortesi. Negozianti di una volta.
«Prima si vendevano molto anche i giochi da tavolo: Risiko, subbuteo, gioco dell'oca, il Monopoli. Mamma mia il Monopoli - esclama Piero - me lo ricordo bene. La gente era affascinata dall'esistenza di un gioco che faceva sentire tutti imprenditori».
Manualità e intuizione. I giocattoli d'una volta facevano in modo che il bambino rimanesse attivo giocando. Oggi la musica è diversa. E Piero e Nadia lo sanno bene. «Quando vedo i ragazzini incollati al cellulare, che picchiettano con le dita sullo schermo, mi sento fuori dal mondo. Sarà che io ho un cellulare vecchio, che fa solo telefonate, e non ho il computer. Non ho seguito la tecnologia», dice senza riuscire a nascondere un pelo d'orgoglio Nadia, che dopo la chiusura del negozio ha donato molti giochi rimasti invenduti ai bambini, tenendo per sé soltanto quelli a cui è strettamente legata. «In soffitta ne ho parecchi, ci sono una marea di scatole», continua colei che un tempo era "la signora dei giocattoli", prima di concludere con qualcosa di molto simile a un desiderio: «Sarebbe bello che i bambini tornassero a crescere insieme ai giochi, gradualmente, come tanti anni fa. Come quando io e mio marito avevamo il negozio».
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