Il Tirreno

Pontedera

Guerra giudiziaria tra ex dell’Italia dei valori

di Pietro Barghigiani
Guerra giudiziaria tra ex dell’Italia dei valori

Chincarini a processo per il reato di diffamazione dopo la querela di Cecchi L’assessore comunale di Pontedera era stato paragonato al “mafioso” Cuffaro

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PONTEDERA. Non si erano tanto amati quando militavano nell’ormai dissolto partito dell’Italia dei Valori. Era il 2012. Un’era geologica per i tempi della politica. Che ora ritornano spostando l’azione dei due contendenti sul fronte giudiziario. Si alza o si abbassa il livello, a seconda dei punti di vista. In mezzo ci sono patenti di identità con ex politici condannati per mafia. Il presente è un processo per diffamazione aggravata dove, nel ruolo di imputata, c’è l’ex consigliere regionale dell’IdV e del Comune di Pisa, Maria Luisa Chincarini, medico, 63 anni. Come parte civile è schierato il suo ex compagno di partito, Marco Cecchi, 42 anni, di Pisa, attuale assessore a Casa e Sociale del Comune di Pontedera. Un duello iniziato nel 2012 quando Cecchi (anche allora assessore a Pontedera) querelò Chincarini ritenendosi diffamato per l’accostamento fatto dall’amministratrice tra lui (mai nominato, ma riconoscibile) e Salvatore Cuffaro. Passo indietro per contestualizzare riferimenti e dichiarazioni. Cuffaro nel 2012 era in carcere per scontare 7 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Una detenzione conclusa tra condoni e buona condotta il 13 dicembre 2015. Maria Luisa Chincarini a quel tempo era consigliere regionale (dal 2009) e anche comunale (dal 2008) a Pisa. Un doppio incarico che alimentava mal di pancia all’interno del partito dell’ex pm di Mani pulite, Antonio Di Pietro. Cecchi era il primo dei non eletti dell’IdV in procinto di entrare nella consiliatura pisana se la collega di partito avesse rinunciato alle due poltrone optando per il seggio in Regione. L’effetto scatenante della querela fu una risposta data dalla Chincarini durante un’intervista radiofonica quando gli fu chiesto perché non lasciava il posto in Comune. Un tema dibattuto in quel periodo visto che l’IdV faceva del rigore e della lotta alle degenerazioni dei partiti uno dei suoi elementi distintivi. E il doppio incarico era uno dei simboli poco etici per chi faceva politica. Di qui le pressioni per indurre il medico a scegliere in quale consigliere rappresentare i suoi elettori. «Se dietro di me c'è un Cuffaro, probabilmente non ce lo voglio mandare in consiglio comunale» riferì l’esponente IdV che, pur senza fare nomi, secondo l’assessore di Pontedera si riferiva a lui essendo in pole position per lo scranno la cui liberazione - causa doppio incarico - veniva invocata con energia all’interno del partito. «In radio c'era un clima scherzoso e quel giorno non volevo dire nulla di particolare» cercò di disinnescare l’ordigno politico che per Cecchi, al contrario, andava affrontato e chiarito con una querela visto anche che «il tono era tutt'altro che scherzoso». Se essere paragonati a Cuffaro equivale a sentirsi dare del mafioso o, nella versione più buonista, del traffichino clientelare, è il tema su cui dovrà esprimersi il giudice Eugenia Mirani. E, soprattutto, dovrà decidere se essere equiparati a un condannato per mafia può essere diffamatorio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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