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I giudici: investigatori prevenuti col giovane marocchino
PONSACCO. Le indagini che hanno portato all’arresto di Jalal El Hanaoui sono state condizionate dall’«angoscia collettiva» provocata dal fenomeno del terrorismo islamico fondamentalista. Lo...
PONSACCO. Le indagini che hanno portato all’arresto di Jalal El Hanaoui sono state condizionate dall’«angoscia collettiva» provocata dal fenomeno del terrorismo islamico fondamentalista.
Lo affermano i giudici della Corte di assise di Pisa nelle motivazioni della sentenza con cui il 23 settembre scorso hanno assolto con la formula “perché il fatto non sussiste” il 26nne marocchino, abitante a Ponsacco, accusato di aver istigato alla jihad attraverso il social network Facebook.
L’arresto avvenne nel luglio del 2015, pochi giorni dopo l’attentato a un resort in Tunisia in cui morirono 37 persone.Secondo quanto scritto dai giudici, il contesto nel quale è maturata l’attività investigativa, riguardante «il fenomeno del terrorismo islamico fondamentalista», è stato «connotato dalla concomitanza di episodi delittuosi di tale matrice, che hanno scosso la comunità internazionale e che, verosimilmente, hanno pesantemente condizionato l'attività di indagine, coinvolta dall'accresciuto coefficiente di angoscia collettiva».
Per la Corte di assise, a causa di questo condizionamento, «probabilmente inconscio», gli investigatori avrebbero assunto un atteggiamento prevenuto, «volto a convalidare posizioni di iniziale sospetto più che a sottoporre a vaglio gli elementi acquisiti».
Per i giudici i post, i video e le immagini pubblicati su Facebook dal 26enne, titolare di quattro account e amministratore sul social network di quattro gruppi di discussione di fede musulmana, sarebbero stati interpretati «alla luce di elementi di sospetto elevati al rango di verità indiscutibili» e considerati «fuori dal contesto».
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