Il presidio
Morte di Catani, presentato appello: «Lei cadde, il convivente non c’entra»
La Corte d’assise ha condannato Alfredo Di Giovannantonio a sette anni per omicidio preterintenzionale. Gli avvocati Carvelli e Mattonai: «La sentenza di primo grado è contraddittoria e merita d’essere riformata»
CASCINA. Gli avvocati di Alfredo Di Giovannantonio, 42 anni, di Cascina, condannato in primo grado a sette anni di reclusione dalla Corte di Assise del tribunale di Pisa che lo ha ritenuto colpevole della morte della sua compagna, Mara Catani Nieri, avvenuta a Capannoli il 26 aprile 2013, tornano a chiedere l'assoluzione dell'imputato. E lo fanno nell’atto di appello che hanno presentato alla Corte di assise di Appello di Firenze che ancora non ha fissato la data in cui sarà discusso.
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Un'inchiesta lunga - con interminabili "silenzi" da parte degli inquirenti che avevano indotto più volte i familiari di Mara a chiedere giustizia per la donna, trovata morta nel cortile di casa - aveva poi portato il compagno a giudizio per il reato di omicidio preterintenzionale. L’uomo è difeso dagli avvocati Giuseppe Carvelli e Isabella Mattonai.
Nella ricostruzione dell'accusa la coppia, che era estremamente conflittuale, aveva litigato dopo che aveva trascorso a casa di un amico a Calci la festa del 25 aprile, giorno del compleanno dello stesso Di Giovannantonio.
Al momento di tornare a Capannoli l'imputato, secondo l’accusa, aveva preso a calci Mara, che aveva un figlio piccolo, per convincerla a svegliarsi. L'aveva spinta fino a farla cadere dalle scale - nella casa di Calci - provocandole la frattura del setto nasale. Quelle percosse erano state causa di più lesioni e contusioni alle labbra, all'occhio destro e sul corpo.
Infine, stando a quanto era emerso dalle indagini perché all'inizio l'imputato aveva nascosto la verità su cosa era successo la sera del 25 aprile, Di Giovannantonio aveva trascinato il corpo di Mara per 80 metri, procurandole altre lesioni. Poi l'aveva abbandonata nella sua stessa auto dove era morta, senza poter avere nessun tipo di aiuto e di soccorso.
Un altro femminicidio - all’inizio la morte era stata fatta passare come se fosse stata causata da un malore - avvenuto in un contesto di grave disagio sociale, dovuto al fatto che la coppia, come è emerso anche al dibattimento, era abituata a bere alcolici, soprattutto vino, in maniera pesante.
La sentenza di condanna, che riconosce all'imputato le attenuanti generiche, aveva lasciato senza parole i familiari della vittima, assistiti dall'avvocato Rolando Rossi di Pisa.
Il convivente di Mara è stato condannato al risarcimento senza però stabilire una provvisionale da versare alle parti civili che la Corte, senza chiarirlo nelle motivazioni, aveva ritenuto non individuate, anche se si erano costituite al processo.
Mara aveva molti problemi di carattere personale dai quali però era uscita con tanta fatica anche se continuava a bere. Ma questo - e sinceramente non si comprende come non sia stato tenuto in considerazione - non cambia il fatto che la sua vita è stata spezzata a soli 42 anni con la violenza e i comportamenti - così dice la sentenza di primo grado - del padre del loro bambino. Se l'avvocato di parte civile in appello farà leva sul fatto che la Corte non ha stabilito una provvisionale per il risarcimento dei danni morali, i difensori dell'imputato, che non è mai stato sottoposto a misure cautelari, cercano di ribaltare la ricostruzione dei fatti emersa dal dibattimento di primo grado. Per un testimone la Corte ha rimesso gli atti alla Procura ritenendo non attendibile la sua versione dei fatti.
«È una sentenza contradditoria che merita la più completa riforma», dicono gli avvocati Carvelli e Mattonai. Entrambi i conviventi erano ubriachi - questo sostiene la difesa del Di Giovannantonio -, Mara è caduta da sola e i segni di percosse che le sono stati trovati sul corpo sono quelli compatibili con una caduta. Poi Di Giovannantonio si era addormentato e quando si era risvegliato, Mara era morta.
«Mi è caduta dalle braccia mentre stavo cercando di portarla a casa ed ha sbattuto la faccia a terra. Questa è la realtà»: è quanto sostiene l'imputato quando si racconta - mentre è in auto e viene intercettato - la storia di quella sera.
Secondo la sentenza di primo grado, Di Giovannantonio «faceva le prove generali delle spiegazioni e delle difese che intendeva proporre» ai carabinieri e al magistrato dopo che aveva detto non poche bugie su cosa era successo la sera del 25 aprile.
Anche quest’aspetto per la difesa è un fatto da valutare in maniera diversa da come è stato finora. Per l'imputato Mara è morta non tanto per le percosse, che comunque aveva ricevuto, ma per un problema cardiaco e per le conseguenze dell'uso dell'alcol.
Questa la difesa, dunque. La sentenza di primo grado parla però di «disumano comportamento dell'imputato che abbandonò la sua donna, sfinita e sofferente, sui sedili dell'auto per andarsene a dormire da solo nel letto matrimoniale, non ammette altra spiegazione alternativa che quella della perdurante ostilità avverso chi aveva osato opporsi alla sua volontà».
Da qui, dal ritrovamento del cadavere di Mara, comincia questa storia giudiziaria che a distanza di tre anni, deve scrivere ancora la pagina del processo di secondo grado. E ci sono di mezzo la vita e la morte di una donna.
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