Il presidio
«Molestò mia figlia, ora vive vicino a noi»
Protesta una madre: quell’uomo è stato condannato, io voglio essere libera di camminare per la strada senza incontrarlo
VALDICECINA. La condanna a tre anni mezzo di carcere - arrivata nell’ottobre 2014, dopo il processo di primo grado - non è servita ad evitare che l’uomo, finito sotto processo per violenza sessuale su una bambina di 11 anni, potesse tornare a casa prima che la parte offesa avesse il tempo per organizzarsi e cambiare vita.
Un incubo per i familiari della bambina - la storia avviene in un comune della Valdicecina - cominciato nel novembre 2013 quando la madre, alle dieci di sera, si era presentata a una caserma dei carabinieri chiedendo di parlare con il comandante. Era agitata: aveva scoperto che la figlia era stata molestata dal vicino di casa.
Da allora la mamma e la ragazzina sono andate incontro al processo - dove l’imputato ha scelto la strada del rito abbreviato - e a tutta una serie di difficoltà senza ottenere grandi aiuti, stando a quanto racconta oggi la donna che, a sua volta, ha avuto una storia familiare tormentata e rapporti conflittuali con il padre della ragazzina stessa.
«L’uomo che ha usato violenza su mia figlia – dice la donna – è libero dagli arresti. Mi chiedo come mai siamo arrivati a questo. Chiedo come mai non ci sono leggi per farlo rinchiudere a vita».
Quello della madre della parte offesa è uno sfogo accorato. «Mi vengono tanti pensieri: come è mai possibile che io nonostante lavori non riesca ad arrivare a fine mese. E non ho aiuti da nessuno. Molte volte non mangio e non mi vergogno a dire questo. Non ho aiuti né dal sindaco, né dagli assistenti». Alla fine la donna, arriva ad una amara conclusione.
«La legge non sta dalla parte di chi soffre veramente, la legge sta dalla parte di chi uccide e fa perdere la dignità al prossimo. Con questa mia lettera voglio chiedere che chi ha fatto male a me e mia figlia dovrebbe stare in carcere per sempre. E io e mia figlia vogliamo vivere in pace e dignitosamente. Chiediamo solo di essere libere di camminare per strada. Ma se c’è quell’uomo, così come la sua famiglia, noi non possiamo. Chi ha subito violenza come me e mia figlia deve farsi sentire, deve chiedere aiuti, Mi dispiace, ma le risposte che troviamo dagli assistenti sociali non ci aiutano. E capita pure che i servizi siano i primi a toglierti i figli o le persone che più hai a cuore».©RIPRODUZIONE RISERVATA
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