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In malattia posta foto di una corsa: licenziato
Perde il posto un lavoratore della zona del Cuoio. La vicenda è emersa dopo il caso Piaggio dove due operaie sono state punite per offese su Facebook
PONTEDERA. Dopo che due operaie Piaggio sono state punite - una con il licenziamento già notificato, all’altra dovrebbe esserlo a breve, forse già oggi - per commenti offensivi scritti su Facebook contro Colaninno e Renzi, viene alla luce che nella zona del Cuoio c’è stato un altro licenziamento sempre legato all’utilizzo del popolare social network, a dimostrazione che sempre più spesso il diritto del lavoro, per quanto riguarda le condotte dei lavoratori, si apre a fattispecie nuove, dovendo occuparsi anche dei commenti che i dipendenti postano sui propri profili Facebook, in modo particolare se questa attività si svolge in orario di lavoro.
Nella vicenda che è avvenuta qualche tempo fa nel comprensorio del Cuoio non si tratta di commenti offensivi, ma di una fotografia che il dipendente aveva pubblicato mentre era assente dal lavoro per malattia. Il lavoratore non si era trattenuto dal postare una immagine che lo ritraeva mentre partecipava ad una gara ciclistica. La foto era stata vista dal datore del lavoro che lo aveva licenziato per giusta causa, in quanto tale comportamento aveva di fatto provocato un danno all’azienda avendo anche un valore negativo nei confronti dei colleghi.
Abbiamo chiesto all’avvocato Giulia Sampieri, di Pontedera, che a suo tempo aveva seguito la vertenza del dipendente licenziato per la foto della corsa ciclistica, un parere sulla vicenda del post che è costato il licenziamento alle operaie Piaggio.
«Non conosco nel merito il caso specifico – dice Sampieri – tuttavia può incorrere nel licenziamento il dipendente che pubblica foto o commenti offensivi nei confronti dell’azienda per cui lavora ogni volta che in queste frasi può essere ravvisata la violazione dell’obbligo di correttezza e di buona fede che è insito nel rapporto di lavoro».
Talvolta commenti pubblicati sui social e considerati di carattere negativo vengono puniti «con altri provvedimenti disciplinari, meno severi, anche perché quando i post contengono offese prima di arrivare al licenziamento – spiega il legale – ci sono altre strade. Prima di decidere un provvedimento espulsivo, l’azienda valuta la gravità del fatto contestato e la potenzialità della lesione del vincolo fiduciario conseguente alle affermazioni rese pubbliche dal lavoratore. Se il contenuto del commento pubblicato viene ritenuto tale, si violano i principi di correttezza e buona fede insiti nel rapporto lavorativo commettendo un inadempimento contrattuale tale da giustificare il licenziamento. Ovviamente il datore di lavoro dovrà sempre compiere una valutazione graduale nella scelta della sanzione da irrogare prima di arrivare a quella espulsiva». Ogni storia è a sé e deve essere valutata di volta in volta. «Certo che i nostri tempi hanno ben mutato le fattispecie relative ai procedimenti disciplinari quando i classici casi di scuola del licenziamento per giusta causa, ovvero l’aggressione, le offese o le minacce, si manifestavano sul luogo di lavoro e non certamente sui social», conclude Sampieri. Ora non c’è solo il suono degli schiaffi, ma pure quello della tastiera e le aggressioni sono anche quelle virtuali.
I cobas. Sulla vicenda della Piaggio intervengono i Cobas: «Con il Jobs Act la norma che prevede la possibilità per le aziende di utilizzare a fini disciplinari, sia strumenti di lavoro dati ai dipendenti come pc, tablet e cellulari, che sistemi di videosorveglianza è diventata legge. Così quanto era impedito dallo statuto dei lavoratori è permesso dal Jobs Act».©RIPRODUZIONE RISERVATA
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