L’addio a Mario, ucciso dall’uranio: Amavi il lavoro e ti ha tradito
A Casciavola i funerali del parà scomparso il 22 febbraio La vedova: troppe assenze, ci chiediamo perché
CASCINA. Picchetto d’onore e bandiera italiana per l’ultimo viaggio del maresciallo della Folgore Mario Mele, vittima numero 328 dell'esposizione all'uranio impoverito. Mele, veterano di tante missioni internazionali, non ce l’ha fatta a combattere la grave malattia che gli era stata diagnosticata, pur con molti ritardi, dopo una delle missioni all’estero a cui aveva partecipato. E ieri i colleghi della Folgore si sono ritrovati vicino alla moglie, Stefania Volpi, e ai due figli durante le esequie che si sono svolte nella chiesa di Casciavola, concelebrate dal parroco, don Nino Guidi, e dal cappellano militare.
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Commentando il brano del Vangelo, il parroco ha ricordato le sofferenze del paracadutista: «Anche Mario ha portato la sua croce fino in fondo ed è morto nella sofferenza». Il sacerdote è tornato con la mente ad alcuni momenti vissuti insieme al maresciallo, ormai in fin di vita, e alla sua famiglia che gli è stata sempre vicino. «Si lamentava, pregava – ha aggiunto il parroco – Non l’ho mai sentito imprecare». Ha ricevuto l’estrema unzione con l’olio benedetto, in «piena coscienza». Il maresciallo era consapevole del destino che lo attendeva, conosceva le cause della malattia che lo aveva reso infermo e voleva che lo Stato gli riconoscesse non solo l’impegno con cui aveva lavorato, ma anche un risarcimento dei danni per la sofferenza e il calvario da lui affrontati e dalla sua famiglia. Durante l’omelia il parroco ha ricordato il silenzio, che in alcune situazioni rischia di essere letto come vera omertà, che ha accompagnato per tanto tempo la storia delle vittime dell’esposizione all’uranio impoverito. «Dobbiamo pregare anche per le istituzioni del nostro Paese», ha aggiunto. Mario è morto, come molti altri reduci dalle missioni di pace internazionali, sentendosi messo da parte.
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«Mario è morto sentendosi abbandonato dalle istituzioni che aveva servito», ha aggiunto precisando, con lo sguardo rivolto ai colleghi della vittima, che da questa sua considerazione era esclusa la Folgore. «Troppe volte ha mendicato invano per sé e la sua famiglia aiuti per la sua assistenza». Un percorso, anche questo, che lo unisce alle altre vittime, come la malattia che lo ha strappato prematuramente ai suoi affetti. Infine una riflessione sulla bandiera italiana, non rispettata da sprechi e atti di disonestà. «Preghiamo per ripulire questa bandiera da tante ingiustizie, così che ritrovi onestà e solidarietà». Il silenzio ha accompagnato la cerimonia - nella chiesa di San Michele Arcangelo a Casciavola - e la lettura della preghiera del paracadutista, a cui hanno preso parte colleghi e familiari, oltre ai componenti di alcune associazioni di combattenti vicine alla Folgore di Livorno. Il silenzio delle istituzioni è stato assordante anche in occasione del funerale. La famiglia del maresciallo Mele sperava in una maggiore partecipazione anche delle associazioni e delle istituzioni locali. Nessun rappresentante dell’amministrazione comunale si è fatto vivo con la vedova e i figli. «Non credo più a niente, siamo stati per tanto tempo da soli – si sfoga la vedova senza perdere quella compostezza che l’ha caratterizzata durante il calvario del marito – Speravamo in una partecipazione più numerosa al funerale. Ci siamo chiesti il perché di alcune assenze. Molti ci sollecitano a fare causa allo Stato, è difficile, dopo quello che abbiamo passato, avere fiducia. Intanto noi abbiamo perso Mario».
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