Italia
«Gli avevo consigliato di lasciare l’Italia»
Un marocchino che vive a San Romano racconta di aver conosciuto l’uomo che è rimasto carbonizzato
PONTEDERA. Osserva la porzione d’asfalto annerita dal fumo e scuote la testa. A terra ci sono alcuni resti della vettura bruciata: qui lunedì sera, nei pressi della stazione, è stato ritrovato il corpo di un migrante. Gli inquirenti stanno indagando per dare un nome e un volto alla vittima, ma lui sembra sapere bene di chi si tratta.
«Lo conoscevo. Era un marocchino di 40-45 anni. Aveva problemi di alcolismo, con lui ho parlato spesso». Dice di chiamarsi Andrea e di abitare a San Romano. Racconta di aver preso il treno direzione Pontedera per vedere di persona il punto in cui è scoppiato l’incendio. Andrea è originario del Marocco e tempo fa aveva dialogato a lungo con quello che, secondo lui, è l’uomo rimasto ucciso dopo essere stato avvolto dalle fiamme: «Era arrivato in Italia intorno negli anni Novanta. Inizialmente aveva un lavoro e uno stipendio, ma poi ha preso una brutta strada. Beveva e faceva uso di droga. Gli ho consigliato molte volte di tornare nel suo Paese, dai suoi parenti. Essere povero in Italia o esserlo in Marocco non fa differenza. Almeno in Africa avrebbe potuto contare sull’aiuto e sull’affetto della sua famiglia».
Andrea getta di continuo lo sguardo verso l’angolo in cui si è incendiata la Renault Clio dello straniero rimasto ucciso: «Purtroppo quando si è soli, completamente abbandonati, senza nessuno su cui fare affidamento, è facile compiere scelte di vita sbagliate. Altri suoi connazionali lo avevano invitato a lasciare l’Italia, a mettersi in regola con i documenti, ma lui non voleva neppure sentirne parlare. Scappava da chi cercava di aiutarlo».
Il racconto dell’amico della vittima si spezza. Qualche secondo per riprendere fiato, la mano che attraversa i capelli ed ecco che riaffiorano i ricordi, non senza un filo di commozione: «Ho provato a spiegargli che si stava scavando la fossa da solo, che non avrebbe potuto vivere a lungo. Assumeva alcol e mangiava pochissimo, era molto magro».
Zaino in spalla, sguardo perso nel vuoto. I suoi occhi hanno visto abbastanza. Andrea si incammina verso la stazione. Qualche passo e poi torna indietro. Ha un’ultima cosa da dire: «Anch’io ho passato momenti difficili, ma ho sempre cercato di farmi forza. Non si può morire così, abbiamo il dovere di provare a costruirci un futuro migliore». (t.s.)
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