Il Tirreno

Pontedera

Dissenso unanime dai sindacati: più costi a carico dell’utenza

Gianluca Campanella
Cittadini in fila davanti all'ingresso di un ufficio postale (foto d'archivio)
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Cittadini in fila davanti all'ingresso di un ufficio postale (foto d'archivio)

I rappresentanti dei lavoratori pronti a convocare assemblee con i dipendenti e chiedere incontri con le istituzioni

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PISA. Sono undici gli uffici postali che chiuderanno in provincia e quattro quelli che subiranno riduzioni: il piano di tagli «non negoziabile» presentato da Poste Italiane riceve la risposta unanime di «dissenso» da parte di tutte le sigle sindacali, che contatteranno i vari sindaci per escogitare una contromossa.

Poste va in Borsa entro l’anno con il 40% del capitale e quindi si vuole presentare sul mercato in modo appetibile; per questo ha ideato un piano che prevede circa 450 chiusure in Italia: la Toscana è la regione più colpita, con 63 chiusure definitive di uffici postali e 37 «razionalizzazioni», cioè riduzioni delle giornate di apertura.

A sua volta Pisa è la provincia più penalizzata a livello regionale, con 11 chiusure e 4 riduzioni. Gli uffici che toglieranno in modo definitivo il logo blu e giallo delle Poste sono quelli di: Corazzano, nel comune di San Miniato, Ghizzano e Legoli di Peccioli, Luciana di Fauglia, Marti di Montopoli, Soiana di Terricciola, Treggiaia di Pontedera, Uliveto Terme e San Giovanni alla Vena di Vicopisano, Castelmaggiore di Calci, infine Ponteginori di Montecatini Valdicecina, che addirittura aveva avuto un riconoscimento d’eccellenza. Inoltre, ci sono quattro uffici che passeranno da sei a tre giorni di apertura settimanale: Montecatini, Monteverdi Marittimo, Orciano Pisano e Capanne di Montopoli.

Il problema che pongono i sindacati è doppio: il futuro dei lavoratori e i costi per l’utenza. Infatti, da un lato sembra che in questa prima fase del piano (valido fino al 2019) Poste non licenzierà; ma la redistribuzione porterà a una sorta di guerra tra poveri per accaparrarsi il posto più vicino, con problemi di mobilità e di precedenze.

A tal proposito le sigle Slp Cisl, Slc Cgil, Uil Post, Uglcom, Failp-Cisal e Confsal-com dichiarano: «Sono tutti bravi a fare i piani a tavolino, ma quando si tratta di attuarli tocca a noi sindacati risolvere i problemi». Ancora, non si capisce il criterio in base al quale un ufficio possa restare aperto, essere declassato o chiudere del tutto, perché l’azienda di comunicazioni non ha fornito spiegazioni. L’altro fronte è quello dei cittadini: uffici chiusi significa servizi peggiori, più lenti e a prezzo maggiore, se bisogna spostarsi in un’altra città o zona per trovare uno sportello aperto. Anche qui i sindacati mostrano la totale contrarietà e in parte danno la colpa al governo, che anno per anno abbassa sempre più il fondo girato all’azienda per svolgere il servizio universale, cioè le aperture in punti del Paese che non sono convenienti per la loro posizione.

Le sigle dei lavoratori, infine, denunciano la mancanza di una strategia in questo piano e l’abbandono della funzione sociale da parte di Poste; ma non si fermano: convocheranno assemblee con i dipendenti e chiederanno incontri con le istituzioni «per attivare tutto quello che possiamo».

 

 

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