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«Ho visto anziani gettare la loro pensione nelle slot»
Lidia e Elisa hanno bandito da gennaio le macchinette elettroniche dal loro locale Contenti anche i clienti: non vogliamo che la gente si rovini dentro un caffè
BIENTINA. Ci sono rumori che si ripetono giorno dopo giorno e ormai non vengono nemmeno più avvertiti dall’orecchio umano. Lo “sbuffo” del pullman per chi abita in città, il cinguettìo degli uccellini per chi si sveglia lontano dal centro sono soltanto due esempi.
Tra questi negli ultimi anni si è inserito il tonfo sordo della moneta che casca nella gettoniera della slot-machine. L’euro passa dalla fessura e da il via alla girandola di suoni che precede lo scorrere frenetico di immagini e numeri.
La colazione al bar di frequente è accompagnata dalla figura del giocatore di turno: da solo, in un angolo, perso con lo sguardo fisso sullo schermo della macchinetta in attesa della vincita che anche se arriverà verrà prontamente rigettata all’interno dell’apparecchio per allungare il piacere. Si, perché per alcuni il gioco è una vera e propria dipendenza. Non si può stare senza. E ogni occasione è buona per frugarsi in tasca e iniziare a premere continuamente il tasto “start”.
A meno che non si scelga di fermarsi al caffè Le Bimbe, a metà strada tra Bientina e Vicopisano. Qui i giocatori incalliti hanno vita terribilmente dura. Nessun rumore di soldi buttati alla ricerca del jackpot da sogno. Solo due ragazze sorridenti dietro al bancone, una schiera di tavolini conditi da una vasta scelta di quotidiani e i soliti pezzi salati in esposizione per coloro che per il pranzo hanno a disposizione soltanto qualche minuto.
Elisa Doni e Lidia Manca non vogliono partecipare alla rovina di nessuna famiglia. Ecco il perché del “No” deciso alle slot.
«Ho avuto in gestione un circolo della zona dove c’erano le macchinette. Ho visto scene folli a cui non voglio più assistere. Madri che lasciavano il figlio piccolo in auto per giocare, anziani che liquidavano la pensione nel giro di un’ora, giovani che spendevano tutta la paghetta».
Perché se c’è una cosa di cui Elisa si è accorta in tanti anni di servizio tra tazzine e bicchieri d’acqua è che la malattia del gioco colpisce tutti. Trasversalmente. «Non c’è una categoria sociale più soggetta a giocare rispetto ad altre. Tutti inseriscono monete nella macchinetta. E poi non riescono a smettere».
In un momento in cui migliaia di attività rischiano il collasso a causa della recessione economica, il mercato dei videopoker viaggia spedito e garantisce un’entrata sicura al gestore che li posiziona all’interno del proprio bar.
«Non mi importa – prosegue Elisa – se un giorno chiuderò lo farò perché non avrò più clienti. Non mi interessa guadagnare con il gioco sulle spalle e soprattutto sulle tasche della gente che non riesce a dire basta».
Mentre le ragazze spiegano i motivi della loro scelta il bar è affollato di persone. Tutti allungano l’orecchio cercando di capire perché “la stampa” sia capitata proprio qui: al caffè Le Bimbe. E quando capiscono sorridono e annuiscono con la testa. Sono d’accordo con le ragazze: l’idea di togliere gli apparecchi elettronici mangia stipendi piace a tutti. «Brave bimbe – grida un anziano sospendendo il sorso di caffè – ce ne fossero come voi». Gli altri non si espongono così chiaramente.
Si limitano a dimostrare il loro apprezzamento con sorrisi e cenni d’intesa. Ma è possibile che nessuno sia mai entrato in cerca di uno “start” su cui premere?
«Abbiamo preso il bar in gestione nel gennaio del 2014 e abbiamo tolto immediatamente le slot. I giocatori lo sanno che qui non c’è pane per i loro denti». Sfoglia e caffè allora, per favore. Non si resiste al fascino di una colazione senza il rumore dei soldi che cascano nella gettoniera. Finalmente.
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