Il Tirreno

Pontedera

A Palaia niente cave solo tartufi, turismo e sviluppo rurale

L’ateneo di Pisa stabilisce che il Chiecina è tartufigeno Il comitato: «Vittoria, ma in due anni perso molto lavoro»

3 MINUTI DI LETTURA





PALAIA. «Le aree di Cambiati, Chiudendone e Podere San Giuseppe, situate nella valle del Chiecina nel territorio di Palaia, sono state riconosciute come "vocate alla produzione di tartufi" e di conseguenza il Piano delle attività estrattive (Paerp) dovrà modificare le proprie previsioni». È questa la notizia data dalla Provincia che pone fine a una diatriba che coinvolge ambiti istituzionali ed economici di una della zone più belle della Toscana.

Vittoria amara. In teoria una vittoria del comitato di cittadini e imprenditori (essenzialmente di aziende ricettive e gastronomiche) che si era formato per dire no alle cave nella valle del Chiecina, che coinvolge Palaia e San Miniato) volute dalla stessa Provincia. «In realtà si tratta di una vittoria amara, visto che in questi anni si sono perse opportunità di crescita non indifferenti», spiega Sergio Settesoldi, uno dei fondatori del comitato.

Ricognizioni tecnico scientifiche. Per il proprietario dell’omonimo agriturismo, infatti, «si è arrivati a questa conclusione grazie all’impegno della gente, non delle istituzioni, che si sono limitate ad affidare lo studio della zona alla facoltà di agraria dell’Università di Pisa, alla quale spettava il compito di stabilire se l’area è tartufigena o meno». I ricercatori, infatti, hanno effettuato ricognizioni tecnico scientifiche per verificare l’esistenza di un’effettiva vocazione alla crescita dei tartufi. «Vocazione che, a conclusione delle indagini svolte, è stata, come detto, riscontrata e accertata», come scrive la Provincia nel comunicato. «Intanto – prosegue Settesoldi – una collina è stata rovinata e molti investimenti sono rimasti fermi in attesa di sviluppi. In pratica sono stati persi due anni di lavoro e opportunità di crescita».

Palaia, fine della storia. «Per quanto riguarda Palaia – prosegue la Provincia – quindi, si conclude così la vicenda riguardante i tre siti ricadenti nel territorio palaiese che, appunto, erano stati inseriti tra quelli interessati dal Paerp e dunque identificati come possibile ambito per lo svolgimento di opere di sfruttamento di cave». Dopo la mobilitazione popolare, il Comune di Palaia e la stessa Provincia avevano dato l’incarico delle analisi dei terreni alla facoltà di agraria dell'ateneo pisano. «Abbiamo - dice Andrea Pieroni, presidente della Provincia – condiviso con l'amministrazione palaiese il metodo adottato per l'esecuzione degli approfondimenti del caso. Ora avvieremo quanto prima le procedure per la revisione delle disposizioni del Ptc e del Piano Cave». Intanto, il sindaco di Palaia, Marco Gherardini spiega che «il punto definitivo a questa vicenda è per noi un motivo di forte soddisfazione».

E San Miniato? Il suo collega di San Miniato, Vittorio Gabbanini, esulta: «Nessuna di queste aree è nel nostro territorio ma ci siamo sempre sentiti chiamati in causa perché le cave avrebbero danneggiato in maniera irreversibile una delle valli più belle della ToscanaLa nostra posizione è sempre stata chiara, San Miniato non ha bisogno di altre cave». I risultati dell'Università di Pisa riportano che i campionamenti condotti da dicembre 2013 ad aprile 2014 hanno permesso di individuare, all'interno dei terreni in oggetto, aree di produzione di Tuber Magnatum (tartufo bianco pregiato) e di Tuber Borchii (tartufo bianchetto).

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il caso

Lucca, botte e insulti razzisti al professore scambiato per il compagno della ex

di Pietro Barghigiani