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«Così sono scampato alla strage del Duomo»
San Miniato: parla uno dei sopravvissuti all’eccidio che all’epoca aveva 6 anni «Mio padre portò mia madre e me in un confessionale e ci fece scudo col corpo»
SAN MINIATO. «Ero piccolo, avevo sei anni e mezzo e con i miei cugini pensavamo più a giocare che a preoccuparci del fatto che eravamo lontani da casa. Ma quando ho visto la paura negli occhi dei miei genitori e mi sono ritrovato in mezzo ai morti e ai feriti ho capito che avevo vissuto un momento decisivo della mia vita. E che mi avrebbe segnato per sempre». Giovanni Pietra Caprina oggi ha 77 anni, vive a Roma, è padre di tre figli ed è un pensionato del mondo bancario. Alle 10 del 22 luglio del 1944, però, si trovava all’interno del Duomo di San Miniato insieme ai genitori che erano partiti da Livorno per evitare di finire sotto le bombe della Seconda guerra mondiale. Quel giorno per la cittadina all’ombra della Rocca è stata scritta una pagina indelebile di storia, diventata La strage del Duomo. E Pietra Caprina è tra quelli che sono scampati al massacro che si portò via 55 persone.
Martedì, alla fine della commemorazione dei settant’anni dall’eccidio, si è presentato con le lacrime agli occhi al sindaco di San Miniato, Vittorio Gabbanini, e ha raccontato la sua avventura in quei tragici giorni: «Mia madre era casalinga e mio padre rimorchiatore al porto di Livorno. Eravamo fuggiti per cercare un po’ di sicurezza e finimmo a La Scala, dove una mia zia aveva trovato riparo. In quella zona, però, passavano i soldati e ci spostammo all’Hotel Miravalle».
Un periodo strano per un bambino che non si rende conto di ciò che gli sta accadendo intorno. «Per me e i miei cugini era una sorta di divertimento – ricorda il – Seguimmo addirittura un gruppo di tedeschi che andava a minare la Rocca come se giocassimo a nascondino. Non ci rendevamo conto dei pericoli. Anche quando ci dissero che sarebbe stato meglio rifugiarci con gran parte del resto del paese in Duomo, dov’era stata issata la bandiera del Vaticano che ci avrebbe dovuto tenere al riparo dalle bombe, il mio ricordo è quello di una situazione strana, diversa dal solito con tutta quella gente insieme. Ma non pericolosa».
Solo la mattina del 22 luglio le cose cambiarono anche nella testa dell’allora piccolo Giovanni. «Eravamo stretti stretti insieme agli altri – spiega a distanza di 70 anni – Ci furono due esplosioni a poca distanza dalla chiesa e la tensione diventò insopportabile. C’era chi pregava sull’altare, chi cercava riparo senza trovarlo. Mio padre prese mia madre e me e ci portò dentro un confessionale, di quelli a nicchia. Ci fece scudo col corpo e quando ci fu l’esplosione più grossa, quella che causò tutti quei morti, rimanemmo al riparo grazie a lui che rimase solo un po’ ferito dalla deflagrazione».
L’uscita dal Duomo fu drammatica per un bimbo che non aveva ancora compiuto sette anni: «Dovemmo camminare sui corpi senza vita. Una distesa di morti e feriti che non dimenticherò mai. Ricordo il patos di quegli attimi e lo sguardo di mia madre impaurita come non l’avevo mai vista. Uscimmo e ci ritrovammo davanti ad alcuni tedeschi che volevano farci tornare dentro la chiesa. Ma dalla ressa che si creò, si aprirono le porte laterali e tutte le persone si sparpagliarono in giro per il paese. Non mi dimenticherò mai i visi di quei soldati. C’era un velo di paura nei loro occhi. Anche perché tutto intorno cadevano granate».
I Pietra Caprina, dopo essere scampata al massacro, decisero di tornare a casa. «Passarono pochi giorni, arrivarono gli americani e c’incamminammo verso la nostra città – sottolinea – Due giorni a piedi e meno male che sull’Arnaccio ci fecero salire su un mezzo americano portandoci a LIvorno, dove trovammo distruzione ovunque. Ma eravamo vivi. Ed era quello che contava in quei momenti».
Già, essere vivi. Un concetto che chi ha vissuto la guerra ha stampato bene in mente: «Ti fa venir fuori lo spirito di sopravvivenza e la forza per proteggere i tuoi cari. Come mio padre con mia padre e me. E come ho fatto io nella mia vita con i miei figli, ai quali ogni tanto racconto quei momenti ricevendo prese in giro bonarie. Ma per chi ha visto la guerra da dentro restano sensazioni che non si possono descrivere. E che esplodono, a volte, all’improvviso. Come quando, 15 anni dopo la strage, sono tornato al Duomo di San Miniato. E non ho potuto controllare il pianto davanti a quel confessionale».
Andreas Quirici
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