Il presidio
Detenuto suicida, Ministero condannato a risarcire i familiari
Era depresso e doveva stare in una cella cosiddetta “liscia” Ma gli lasciarono gli indumenti a portata di mano e lui si impiccò
CASCINA. Ilia Dautillari aveva solo 22 anni quando si uccise nel carcere delle Sughere, a Livorno.
Era il 13 settembre del 2007 e la vittima, sconvolta dalla notizia di una sentenza che lo condannava a un anno e dieci mesi di reclusione, mise in pratica l’intenzione di togliersi la vita. Dopo incontri con uno specialista psichiatrico era stato trasferito in una cella “liscia”. In teoria tra quelle pareti nude, senza arredi, il giovane avrebbe dovuto essere al sicuro. Invece si tolse la vita impiccandosi alla grata della finestra della cella con una manica della sua felpa. L’agente di custodia che lo aveva accompagnato aveva lasciato gli indumenti a portata di mano del detenuto invece di riporli nell’apposito scomparto. Una “distrazione”, quella dell’agente penitenziario, che, secondo la famiglia del giovane, ha in qualche modo facilitato il piano della vittima. Del resto le indicazioni del medico erano state precise: nella cella “liscia” sarebbe dovuto essere nudo.
Per questa morte in carcere l’agente della polizia penitenziaria è finito sotto processo e successivamente la famiglia della vittima, i tre fratelli e la madre che risiedono nel comune di Cascina, ha chiesto i danni citando in giudizio con una causa civile il Ministero della Giustizia.
Il giudice del tribunale di Firenze, Niccolò Calvani, ha accolto la domanda dei familiari condannando il Ministero a pagare a titolo di risarcimento del danno patrimoniale 75mila euro alla madre del giovane e 45mila euro a ciascuno dei tre fratelli, assistiti in questa battaglia giudiziaria dagli avvocati Luca Poldaretti e Alessio Righini di Cascina.
Tra le prescrizioni relative alla reclusione di sicurezza delle persone che manifestano intenti autolesionisti c’è proprio quella di lasciarli senza indumenti, escluse le ciabatte. Tutto questo per evitare che degli abiti venga fatto un uso improprio. Mentre nel causo di Ilia gli indumenti erano stati lasciati nel corridoio davanti alla cella ad una distanza che il giovane riuscì a colmare con una specie di attrezzo da lui realizzato con un pezzo di gommapiuma del materasso e la ciabatta. La notte dei suicidio il personale del carcere provò a rianimare il detenuto. Dautillari era giunto da poco tempo alle Sughere dal carcere di Prato. Non era contento di questa sua nuova destinazione e lo aveva detto spesso, nei colloqui che aveva sostenuto con psicologi e psichiatri.
Le successive indagini dei carabinieri evidenziarono che la sua fragilità psicologica era chiara a tutti.
Dopo la tragedia i parenti del giovane hanno voluto vederci chiaro su eventuali responsabilità nella morte del ragazzo. Ora, anche se a distanza di molti anni da quel lutto, un giudice ha riconosciuto la corresponsabilità del Ministero, oltre a quella della stessa vittima che ha messo in atto il terribile proposito.
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