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Risveglio tra lacrime e melma Ponsacco si tira su le maniche
In via Chiavaccini i danni maggiori. Lido Pratelli, titolare dell’impresa Marmotec, è disperato: «In pochi minuti distrutto l’investimento di tutta la mia vita e di quella del mio babbo»
PONSACCO. Porte aperte e mobili per la strada. Ponsacco, il giorno dopo l’alluvione, nel quartiere oltre il ponte sul Cascina, conta decine di famiglie che cercano di mettere in salvo quello che non è stato travolto dall’acqua. Sui marciapiedi cataste di rifiuti, mobili, divani e tutto quello che l’alluvione ha distrutto. Mentre la protezione civile e i vigili del fuoco aiutano le famiglie con anziani, disabili e bambini, altri cittadini si organizzano in proprio grazie all’aiuto di imprese private, amici e parenti.
«L’investimento di tutta la mia vita e di quella del mio babbo è distrutto». Lido Pratelli si guarda intorno e non riesce a trattenere lo sfogo. Il nodo in gola gli arriva improvviso e inevitabile. E si trasforma in un pianto. La ditta Marmotec, quella sulla quale la sua famiglia ha vissuto per due generazioni, è invasa dal fango. Si trova in via Chiavaccini, la strada più colpita dalla rottura dell’argine dell’Era. Familiari e amici si danno da fare per tirare fuori tutto dal piano terreno della costruzione, con la ditta sotto e l’appartamento di Pratelli sopra. Ci sono gli amici del figlio del signor Lido che, come angeli del fango, si passano raccoglitori di documenti, ma anche scatoloni e computer. Ci sono anche alcuni bambini che cercano di aiutare come possono. Nel piazzale il marmo è ammassato un po’ ovunque, mentre nessuno ha voglia di accennare un sorriso. «Qui se nessuno ci dà una mano rischiamo di chiudere per davvero – aggiunge Pratelli –. Sono riuscito a salvare tre automobili, ma le macchine a controllo numerico, gli impianti elettrici e ogni genere di strumentazione è persa». Via Chiavaccini è una striscia di asfalto sottile che porta al ponte sul fiume Cascina, ma che poi prosegue proprio fino alla Marmotec. Qui le idrovore pompano acqua per togliere il grosso del fango. Vigili del fuoco e protezione civile ci sono. Ma è soprattutto il supporto di amici e parenti ad aiutare le famiglie. Accanto all’azienda di Pratelli c’è un condominio con nove appartamenti. «Ho perso tutti gli elettrodomestici – dice Anna Ciechomska mentre indica il livello a cui è arrivata l’acqua dell’Era –. E pensare che alcuni rappresentanti della protezione civile sono venuti venerdì mattina a rassicurarci. Dicevano che la situazione era sotto controllo, mentre io mostravo loro l’onda d’acqua che stava arrivando. Dopo che se ne sono andati, il fiume ha riempito la casa e non ho potuto fare altro che rifugiarmi al primo piano». La donna era sola in casa. Suo marito, Franco Casetti, era all’ospedale per la solita seduta di dialisi. «Sono uscito alle 7,30 e sono tornato alle 13 circa – racconta l’uomo –. Ho chiesto che mi portassero da mia figlia, perché non stavo bene. A quel punto è arrivato il 118, ma io non avevo bisogno di un’ambulanza. Alla fine sono arrivato a destinazione alle 15». Il suo vicino di casa, Antonio Ucci, racconta di essere riuscito a salvare Lucifero, il meticcio che lo accompagna in ogni circostanza. Ma è sugli aiuti che si concentrano molte delle polemiche del post alluvione. La maggior parte delle famiglie della zona, anche di via Donizetti, ha usato mezzi propri per spalare e togliere l’acqua. Grande aiuto è arrivato dagli amici e dai vicini. Come la squadra di calcio amatori Maracaibo che hanno raggiunto l’area per dare una mano. O come i quindicenni Federico Sartini e Alessio Gradassi, due studenti le cui abitazioni non sono state colpite dall’acqua. Hanno stivali di gomma infangati e tanta buona volontà. «Diamo una mano a chi ha bisogno», dicono prima d’infilarsi in una casa a spalare un po’ di fango.
Danni e allagamenti anche in via da Palestrina. Le abitazioni al piano terreno delle famiglie Baldacci sono state invase da acqua e fango. Se nella tarda serata di venerdì il livello dell'acqua era sceso, più difficile è ora cancellare il fango. Anche per loro mobili all'aperto e altri da buttare o da far asciugare nella speranza di riuscire a recuperare qualcosa. «Abbiamo chiamato un'impresa per aiutarci a togliere acqua e fango dalle stanze», dicono. Ad aiutarli ci sono anche alcuni parenti. Una scena che si ripete nelle case confinanti, in particolare in quelle più in campagna.
Andreas Quirici
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