Meteo
I “Giusti” di casa nostra, raccontati dai sopravvissuti
Sul palco del Mandela Forum, Miriam Cividalli ringrazia la gente di Pontedera e di San Miniato che nel 1943 salvò la sua famiglia perseguitata dalle leggi raziali
FIRENZE. È salita sul palco del Mandela Forum di Firenze, gremito di studenti, e con la voce, a tratti rotta dall’emozione, ha raccontato la sua storia di bambina negli anni della guerra e delle leggi raziali: Miriam Cividalli ha raccontato di fatti e di persone della Valdera che hanno aiutato la sua famiglia, ebrea, a sottrarsi dalla persecuzione.
Miriam nell’estate del 1943 aveva dodici anni. E due sorelle. Ai ragazzi intervenuti al Mandela Forum ha raccontato della sua permanenza nella fattoria di Colleoli (era di proprietà della sua famiglia dal 1942); del fattore di quell’azienda, Giuseppe Dani. «Era bravo, giovane, non ancora sposato e simpatico – racconta – Per noi bambine era uno dei grandi a cui dovevamo obbedire. Divenne presto “Zio Peppe”».
In quella fattoria si erano riparati, per sfuggire ai bombardamenti, tutti i parenti. Miriam e le sue sorelle erano state accolte a casa del fratello del fattore a Mezzopiano, frazione di San Miniato Basso. A loro si aggiunse anche il padre. Il fattore Dani trovò un rifugio anche per uno zio, antifascista e ricercato. «Una volta mia mamma fu ricoverata all’ospedale Lotti per una operazione e mio padre andò con lei».
In quell’occasione il padre aveva affidato a Giuseppe Dani una lettera con la quale chiedeva di far avere ai suoi genitori (emigrati in Palestina) se non fosse sopravvissuto. In quella lettera racconta che all’ospedale Lotti lui, da ebreo, non avrebbe neppure potuto entrare. E che lo avrebbero segnalato ai carabinieri. «Nessuna di quelle persone, né la gente di Colleoli, né i carabinieri di Pontedera ci tradirono: mia madre restò a lungo all’ospedale, poteva essere arrestata. Ma non lo fecero».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
