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Pontedera

«Solo tante promesse ma ci hanno dimenticato»

di Sabrina Chiellini
«Solo tante promesse ma ci hanno dimenticato»

Lo sfogo del fratello di Francesco Vannozzi, morto in Afghanistan Gli è stata negata la possibilità di entrare nell’esercito: è previsto dalla legge

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VICOPISANO. Il dolore per la morte di un fratello partito per una missione umanitaria e tornato a casa in una bara. E la sensazione, con il passare dei mesi, che quel sacrificio umano, sia già stato dimenticato. C’è tanta amarezza nelle parole di Sergio Vannozzi, 41 anni, assicuratore, di Marina di Pisa, fratello del caporalmaggiore Francesco Vannozzi, 26 anni, una delle vittime della strage avvenuta all’inizio di ottobre 2010 nella provincia del Gullistan, in Afghanistan, quando un ordigno esplose al passaggio di un convoglio logistico investendo il mezzo sul quale si trovavano 5 militari italiani. Sergio non avrebbe voluto arrivare a rendere pubblico il suo disagio. Ma le sofferenze di questi anni, il pensiero dei genitori che non riescono a superare il dolore, sono una spinta forte a far conoscere quello che può succedere a i familiari di un militare che muore in servizio. «Tre mesi dopo la morte di mio fratello sono stato messo a conoscenza da parte della brigata “Julia” dell’esistenza di alcuni “benefici” occupazionali previsti dalla legge per congiunti di vittime del dovere. Come fratello “unico superstite” mi si offriva la possibilità di arruolamento nelle forze armate o un inserimento nell’ambito della pubblica amministrazione. Senza pensarci molto ho scelto con molto orgoglio la possibilità di entrare nell’esercito, la mia e la grande passione di Francesco». C’era però un dubbio da chiarire: per mesi Vannozzi ha fatto presente sia alla brigata Julia che al Cedoc di Firenze il suo difetto fisico (oculistico) astigmatismo. Un handicap considerato non particolarmente grave e non tale da pregiudicare l’assunzione per un lavoro amministrativo. «Tutti mi tranquillizzavano. Personale della brigata “Julia”, mi consigliò di compilare anche il modulo per la candidatura di personale civile, nonostante non mi interessasse. Convocato il 9 maggio 2011 presso il centro reclutamento nazionale dell’Esercito a Foligno, ho passato, le visite, insieme ad altre due persone che rientravano nella mia categoria. Il primo giorno siamo stati inglobati alle centinaia di ragazzi che cercavano di superare il concorso per accedere all’Accademia militare di Modena. Abbiamo passato un’ora, rimanendo soli, nella disperazione di due caporali, che non riuscivano a capire chi fossimo e che facessimo lì. Dopo l’incerta partenza dell’iter selettivo, il secondo giorno eravamo da capo “parcheggiati” in un angolo in attesa di decisioni, infine dopo aver passato visita psichiatrica e test, una mia “compagna” è stata giudicata rivedibile perché aveva ancora tracce di ansiolitici nel sangue, mentre l’altro (rivedibile) non passava lo psichiatra. Il terzo giorno, ormai da solo, parcheggiato in una stanza, venivo convocato per un ulteriore prelievo del sangue, l’esame era stato ritardato in questo, così dicevano, non sapevano dove fossi alloggiato». Poi la visita della commissione medica, che dopo avere visitato Vannozzi gli domanda perché si trovasse lì. «Mi avevano parlato di servizio amministrativo», immediata la risposta. «Ma lei va in guerra con la scrivania?» , l’immediata replica del militare.

Insomma da questi e altri particolari Vannozzi ha avuto l’impressione che pochi sapessero la sua provenienza. «Non avendo i requisiti fisici mi sono messo l’animo in pace. Ma ecco che dopo pochi mesi sono stato contattato di nuovo dalla Brigata“Julia” che mi consigliava di scrivere una “formale” lettera al presidente della Repubblica (8 settembre 2011) per chiedere comprensione riguardo il mio caso».

Sono seguite una raccomandata e una web mail al Presidente. La risposta arriva nell’ottobre 2011 dallo staff militare. «Mi hanno inoltrato una copia del verbale di Foligno, con dicitura “non è possibile dare seguito alla procedura in oggetto”. Poco dopo vengo a sapere dai diretti interessati, familiari di altre vittime, che dopo essere stati fatti rivedibili ancora una volta, sono entrati in servizio un semplice certificato psichiatrico esterno. Beffa delle beffe, ho deciso di raccontare tutto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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