Il prefetto: «Andate avanti, fate sentire le vostre ragioni»
Il dottor Tagliente ha ricevuto una delegazione di dipendenti Lorbac dopo il presidio organizzato all’esterno
CASTELFRANCO DI SOTTO. Nessun impegno concreto, ma un appello ad andare avanti, a non stancarsi di far valere le proprie ragioni. È così che il prefetto Francesco Tagliente ha chiuso l’incontro di ieri mattina con la delegazione dei lavoratori Lorbac, dopo aver ascoltato, dalle parole dei dipendenti e dei rappresentanti sindacali, il racconto e i dettagli della complicata situazione del calzaturificio di Castelfranco.
«Normalmente – spiega il prefetto Tagliente – quando incontro una delegazione ascolto ma non faccio alcuna promessa. Posso solo dire, quindi, di aver ascoltato con attenzione le problematiche che mi sono state illustrate, senza però assumermi impegni, perché credo sia opportuno non suscitare né aspettative né preoccupazioni. Se posso preferisco rispondere con i fatti. Per il momento l’importante era testimoniare la vicinanza e la disponibilità all’ascolto di fronte a certe situazioni».
Una posizione che ha lasciato un po’ di amaro in bocca tra i lavoratori usciti dall’incontro, ma che i rappresentanti sindacali hanno invece accolto positivamente: «Perché era naturale non attendersi di più – ha spiegato Domenico Contino della Cgil – ma è evidente che l’interessamento c’è, altrimenti non saremmo stati ricevuti. Non a caso, il prefetto ci ha anche esortato a non stancarci, a continuare a bussare a tutte le porte, perché le ragioni sono dalla nostra parte».
Si è chiusa così la mattinata pisana per gli oltre 80 dipendenti del calzaturificio, arrivati ieri sul lungarno di Pisa per un presidio di protesta davanti all’ingresso della Prefettura. Quasi al completo i lavoratori, accompagnati da Domenico Contino e Loris Mainardi della Cgil, Luca Calastri della Femca-Cisl e Alessandro Galassi della Uiltec-Uil. Musica e bandiere sotto le finestre della Prefettura, per alzare ancora un volta la voce sul caso Lorbac, a poche ore di distanza dall’incontro che, ieri pomeriggio, ha messo ancora una volta a confronto i legali della proprietà con i sindacati e la commissaria incaricata. Eppure, l’aria che si respirava fra i dipendenti era quella di un realismo disincantato, senza illusioni sul futuro dell’azienda e con tanta rabbia nei confronti della proprietà: il pessimismo comprensibile di chi non riceve uno stipendio da luglio senza avere ancora diritto ad alcuna forma di sostegno sociale. «Non ce l’abbiamo con la ditta perché vuole chiudere, ma perché c’è modo e modo di farlo», spiega una delle dipendenti, Sabrina Chiti, che con quell’unico stipendio garantiva il sostentamento dei figli, di 13 e 9 anni. «Ci hanno fatto lavorare fino al 10 agosto – ricorda Tina, anche lei con due figli a carico – praticamente quando avevano già deciso tutto». «Per questo abbiamo cercato in questi giorni di parlare con la proprietà – afferma Patrizia Bartolommei – proprio perché volevamo che almeno ci guardassero in faccia». «Potevano essere chiari e metterci in cassa integrazione – dice Riccardo Giambrone –. Se d’agosto sono andato in ferie è proprio perché ci avevano garantito che l’azienda ripartiva. Adesso non chiediamo niente, se non di avere i soldi che ci spettano».
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