Il Tirreno

Pontedera

«Peccato, il mio Teatro Romano...»

di Francesca Suggi
«Peccato, il mio Teatro Romano...»

Albertazzi festeggia a Volterra i 90 anni con una maxi torta a forma del “suo” monumento: ecco cosa penso della città

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VOLTERRA. Spegne le candeline sopra una torta a forma di Teatro Romano. Alloggia tra le mura che ospitarono il poeta Vate. Fa visita al suo Teatro Romano, lo guarda da fuori, quel palcoscenico millenario che lui, con Notturno Etrusco nel 1998 fa rivivere a colpi di musica e parole. E ancora torna a calpestare la scena del Persio Flacco dove negli anni ’90 crea una scuola di teatro in stile Actor’s studio di New York City che forma decine di aspiranti attori, tra cui tanti volterrani. Senza contare tutte le mani che stringe, gli allora allievi ormai cresciuti che lo vanno ad omaggiare e quel cappello comperato in uno dei suoi negozi preferiti del Colle.

Se la sente un po’ sua Volterra il mostro sacro del teatro italiano, Giorgio Albertazzi. «Sono molto legato a questa città, pietrosa, ventosa, dal grande potere artistico proprio come diceva D’Annunzio: la notte qua è magica, sembra che le stelle siano più vicine». È innamorato di quei vicoli rimasti come allora il Maestro e decide di festeggiare i suoi 90 anni proprio sulla scena etrusca, con un omaggio a D’Annunzio per ricordare i 150 anni dalla nascita. Lo spettacolo “Io ho quel che ho donato” è quasi un pretesto: in realtà Volterra è la città del Vate. Fa da location al romanzo "Forse che sì forse che no" quel Colle "costruito di quella pietra etrusca che imprigiona il sole, sopra una voragine infernale che sembra scavata dall'irosa fantasia dantesca". Al Teatro Persio Flacco è un brivido, dall’inizio alla fine: ammaliatore, finissimo dicitore del verso. Peccato che sia presente solo un assessore, quello ai lavori pubblici, e manchi tutta la giunta a omaggiare un grande che tanto ha dato e sta continuando a regalare a Volterra. «Simone Migliorini meriterebbe un sostegno più forte dal Comune e dalle istituzioni per quello che fa, una sorta di miracolo considerate le risorse che ha a disposizione: questa burocrazia e alle volte tanti ostacoli sembrano una sorta di impedimento fatuo di carattere stregonesco, non c’è una logica». Albertazzi si riferisce al patron e direttore artistico del festival Teatro Romano, Migliorini, appunto. Un suo ex allievo con il quale negli anni ha mantenuto un legame forte. «Speriamo che il festival possa tornare nella sede che ha dato il nome alla kermesse, il glorioso Teatro Romano che anche grazie agli spettacoli è tornato a vivere: è un peccato vederlo in tutta la sua bellezza sapendo che non viene utilizzato per l’arte».

Dall’alto dei suoi 90 anni, ogni parola entra e resta. Leggera e profonda allo stesso tempo, come quel sorriso da eterno istrione che lo accompagna, sempre. E non manca la commozione, davanti a una maxi torta che non si aspetta. «Calcare il palcoscenico mi dà un sacco di energia e di adrenalina che mi tiene in vita, alla fine dello spettacolo ho chiesto che ore erano, mi hanno detto che erano le 23.30 e ho ribattuto che volevo andare a mangiare». Albertazzi guarda alla tappa 90 anni, sorride. «Non me li sono mai immaginati». Sulla scena non c’è paura di morire. Il teatro rende eterni. «Non ho paura della morte, temo la malattia e la sofferenza: devo affrettarmi per concludere la mia autobiografia che chiamerò l’Ingresso nell’Ultimo Atto». Una battuta: «Mamma è morta a 101 anni e la mia bisnonna a 106». Ciao Volterra, alla prossima.

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