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L’unica certezza del Tubone: i costi lievitati

L’unica certezza del Tubone: i costi lievitati

Alla Festa Comunista de La Catena i contrari al progetto replicano al presidente della Regione

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SAN MINIATO. «Un progetto che piacerà anche tanto all’Europa, ma che il 99% dei cittadini del comprensorio non conoscono, perché non è mai stato presentato e discusso neppure nelle assemblee elettive».

Arriva dalla Festa Comunista de La Catena la replica sul Tubone, con le parole del consigliere comunale Fabio Corsi in risposta all’intervento del governatore Enrico Rossi, venerdì, dalla sede del Consorzio Conciatori di Ponte a Egola. «Un progetto che in Europa ci invidiano», aveva detto Rossi. «Significa che l’Europa ci invidia qualcosa che non esiste – ha ribattuto Giuseppe Novino, responsabile provinciale ambiente di Rifondazione –. Un’opera di cui si parla da vent’anni ma che ancora non c’è». È stato questo il tema del dibattito di lunedì, dove il Tubone ha fatto da punto di partenza per una riflessione più ampia, dedicata ad una politica impiantistica e di investimento in opere giudicate come «puro business, pensate solo per distribuire appalti uccidendo la democrazia e la partecipazione». Dal Tubone agli inceneritori, dal tunnel dell’Alta Velocità sotto Firenze fino alla questione aeroporto. Al dibattito, infatti, erano presenti anche Roberto Menichetti del coordinamento contro la gestione rifiuti dell’Ato2, Roberto Budini Gattai del Comitato No Tunnel No Tav di Firenze e Sandro Targetti della direzione nazionale di Rifondazione Comunista. «Perché è importante unire le lotte – ha detto Targetti – creare un collegamento per cogliere il filo rosso che tiene insieme questi progetti». Ad inaugurare il dibattito è stato Giuseppe Novino, che ha ripercorso le tante battaglie ambientali del Valdarno fino al Tubone. «Un progetto “borderline” – l’ha definito – di cui l’unica cosa certa, finora, è stato il lievitare dei costi. Il Valdarno può contare su buoni depuratori, che potrebbero essere migliorati senza bisogno del Tubone. Lo scopo del progetto sembra essere quello di diluire gli scarichi, o di sbandierarlo per ottenere nuove deroghe. L’unico elemento positivo sarebbe il riutilizzo dell’acqua depurata, ma tutti sanno che gli imprenditori non ne hanno alcuna intenzione». Fabio Corsi si è detto disponibile al confronto, «perché esiste effettivamente un problema di depurazione», ma «non accettiamo imposizioni – ha aggiunto – perché il Tubone non è la soluzione. Il progetto prevede la dismissione di circa 50 depuratori civili, che potrebbero essere migliorati con nuove tecnologie, e che invece sono volutamente portati al collasso, proprio per sostenere un progetto che assorbirà 150 milioni direttamente con la tariffa pagata dai cittadini. Nei nostri depuratori arriveranno 20 milioni di metri cubi di reflui in più all’anno, senza sapere con quali rischi. I depuratori dovranno crescere e non ne sappiamo niente: non c’è neppure una parola nel nuovo regolamento urbanistico di San Miniato». Roberto Menichetti ha quindi allargato lo sguardo: «Parliamo di opere progettate negli anni ’90, nate in una logica di espansione senza limiti che oggi è fuori dalla realtà. Grandi impianti pensati per togliere ogni forma di controllo al territorio, e il Tubone ne è un esempio lampante». Budini Gattai ha portato l’esperienza fiorentina del tunnel sotterraneo per l’Alta Velocità. «Questi progetti – ha commentato – servono solo per fare appalti, per distribuire denaro ad una clientela di partito che rappresenta una parte ristrettissima della popolazione. L’attuale fase capitalistica ha bisogno di questa redistribuzione della spesa pubblica, e il Pd è perfettamente legato a questo sistema: è solo il corno di uno stesso partito, quello degli appalti».

Giacomo Pelfer

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