Spazi chiusi per i furbetti Carismi, stop dei sindacati
L’allarme per la disponibilità della banca al riacquisto delle azioni proprie «Potrebbero rivenderle con un guadagno pari a circa il 50% del prezzo»
SAN MINIATO. «Deve essere escluso per un ragionevole arco di tempo, che è bene decidere e pubblicizzare, il riacquisto a 15 euro di singoli considerevoli quantitativi di azioni comprate a 10,20 euro». I rappresentanti sindacali Fabi, Fiba-Cisl e Fisac-Cgil della Cassa di risparmio di San Miniato puntano il dito sul Fondo acquisto azioni proprie della banca. Una disponibilità di 10 milioni di euro con cui l’istituto sanminiatese può procedere al riacquisto dai soci delle proprie azioni a un prezzo fissato (15 euro), superiore rispetto a quello definito in occasione dell’aumento di capitale sottoscritto lo scorso autunno (10,20 euro). Una questione tecnica, ma soprattutto di sostanza per i sindacalisti. «Il rischio è evidente: alcuni “furbi” nuovi azionisti, che pochissimi mesi fa hanno sottoscritto l’aumento di capitale, potrebbero rivendere le medesime azioni alla banca con un guadagno di circa il 50%».
Il nodo è stato sollevato anche in occasione dell’assemblea dei soci che lo scorso 23 aprile ha approvato il bilancio della Cassa. «Abbiamo chiesto una commissione che vigilasse, ma c’è stato risposto picche», affermano i rappresentanti sindacali.
Nel bilancio dello scorso anno il fondo per il riacquisto delle azioni aveva una dotazione di 7 milioni di euro, portata in assemblea a 10 milioni. «Nel 2012 il fondo è stato utilizzato per circa 2,4 milioni – spiegano –. Se non è intenzione dell’azienda utilizzare in modo massiccio questo fondo, per non vanificare gran parte del recente aumento di capitale, perché è stato aumentato fino a 10 milioni?». Da qui la richiesta di un regolamento «che aiuterebbe la Cassa in termini di trasparenza e chiarezza di rapporto con la clientela, contribuendo anche ad evitare pericolosi contenziosi».
Il fondo, che ha natura volontaria e non è obbligatorio per legge, è stato istituito dalla Carismi nel 2005, in occasione del primo collocamento pubblico di azioni della banca. Il tutto con l’obiettivo di dar vita per le azioni che non sono quotate in Borsa a un mercato secondario capace di agevolare lo scambio tra i soci. «Ma sul riacquisto delle azioni – sottolineano i sindacati –, non esiste nessun regolamento al quale attenersi e quindi decide la banca sulla base delle proprie discrezionali considerazioni».
I rappresentanti Fabi, Fiba e Fisac parlano di «perplessità» si appellano al territorio e alla Fondazione Carismi. A far storcere il naso è anche la partita dei compensi riservati a consiglieri di amministrazione, sindaci, top-manager, dirigenti e consulenti». Una partita a cui guardano anche in rapporto al nuovo contratto integrativo aziendale. «Il compenso annuo del presidente Alessandro Bandini è di 250mila euro, quello dell’amministratore delegato Divo Gronchi di 504mila – sottolineano – Entrambi lo ritengono congruo e non sono disposti a rinunciare a niente ma pretendo sacrifici da parte del personale».
Sul tavolo una domanda. «È giusto che si attui una politica di contenimento dei costi che esclude a priori dai sacrifici le figure apicali?». E ancora: «È congruo per la Cassa un consiglio di amministrazione da undici consiglieri che, escluso il compenso dell’amministratore delegato, costa 840.115 euro all’anno?».
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