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Quel marchio che fa gola anche i cinesi lo imitano
Il Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale punta sulle “differenze” Remi: «Si vince facendo capire quello che si fa, creando una cultura di prodotto»
PONTE A EGOLA. «La pelle conciata al vegetale in Toscana è una filosofia del “lusso”. Il lusso di un materiale ottenuto con una lavorazione prevalentemente artigianale e manuale, di un materiale naturale, prodotto completamente in Toscana, senza alcuna delocalizzazione, in impianti a norma, con piena garanzia della tutela dei lavoratori e con il rispetto per la sostenibilità ambientale». Questi i confini che marcano la “differenza” secondo Simone Remi, presidente del Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale. Ventitrè le aziende consorziate nel sodalizio che dal 1994 ha il suo quartier generale a Ponte a Egola.
È un non prodotto la pelle al vegetale che vuol farsi visibile. E che per mettersi in mostra ha scelto la via del marchio di garanzia, con tanto di cartellino con ologramma anticontraffazione che si ritrova in borse, cinture o scarpe, al fianco del logo dell’artigiano o della casa di moda che a quella pelle dà la forma finale. L’impronta di una mano e nel palmo le parole: “Pelle conciata al vegetale in Toscana, made in Italy”.
Una nicchia nel mare dell’industria conciaria del distretto del Comprensorio del Cuoio. Una storia che racconta dell’impegno per esaltare un materiale che si sposa con una firma del lusso. Ma anche di una traiettoria a cui guardare per dare un futuro alle produzioni del distretto. «Vendere una pelle perché costa poco o si fanno delle buone condizioni di pagamento porta poco lontano – sottolinea Remi –. C’è gente nel mondo che è più brava di noi». Che aggiunge: «Nel nostro caso si vince se riusciamo a far capire quello che si fa, creando una cultura del prodotto. Un po’ come avviene per il vino o il panno casentino, per citare due esempi che si legano alla Toscana. Se non seguiamo questa strada restando nell’anonimato saremo costretti a chiudere».
Qual è la sfida? «Affermare la qualità intrinseca del prodotto», dice il presidente del Consorzio. «Ma serve un bagaglio culturale che permetta di riconoscere la qualità degli oggetti, che è anche una difesa dal consumo smodato che porta a comprare di tutto tranne quello di cui hai bisogno. Insomma, il lusso come consapevolezza di che cosa porti indosso e non di qualcosa che bisogna affermare con un grande marchio in bella mostra».
Dalle stanze del Consorzio si guarda con diffidenza al made in Italy. «Non vuol dire più niente. È stato svuotato, chiunque ormai marchia cose che made in Italy non sono». E ciò mentre il marchio che contrassegna le produzioni delle 23 concerie consorziate si sta facendo strada. «I nostri clienti pagano il costo del cartellino di garanzia – dice –. Lo scorso anno ne abbiamo venduti un milione e mezzo».
Al di là dei numeri sono i casi di contraffazione a dare la misura della forza del marchio. «Che qualche risultato stia arrivando lo si vede da alcuni episodi di truffa – sostiene il presidente Remi –. Abbiamo tre processi, uno a Verona e due in Cina, contro produttori che avevano falsificato i cartellini a garanzia del nostro marchio. Li abbiamo scoperti grazie alle segnalazioni di negozianti, clienti e rappresentanti. Questo è possibile perché il cartellino è un vero e proprio documento, sopra c’è un ologramma e dal codice, che è un numero progressivo, è possibile risalire fino al lotto e al produttore della pelle».
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