Pretendevano interessi fino al 150%: condannati
Padre e figlio di San Miniato foraggiavano piccoli imprenditori impossibilitati ad accedere al credito bancario. Quattro anni per estorsione e usura
SAN MINIATO. Padre e figlio sono stati condannati a quattro anni di reclusione per estorsione e usura. Erano accusati di aver prestato denaro, con altre due persone, una delle quali ha patteggiato un anno e 10 mesi, nell'ambito di un giro che foraggiava piccoli imprenditori e operai in difficoltà che non riuscivano ad accedere al credito bancario.
Si tratta di Piero e Daniele Scardigli, di 75 e 38 anni.
Il primo è nato a Montaione ed è stato titolare fino a pochi anni fa di un'azienda conciaria; il secondo, operaio, è nato a Pontedera. Entrambi vivono a San Miniato.
Il collegio del Tribunale di Pisa (presidente Murano, a latere, Fabbricatore e Benvicinni) ha disposto per i due imputati, difesi dall'avvocato Alberto Marchesi, un'interdizione dai pubblici uffici per la durata di 5 anni e la confisca di 27mila euro. A sostenere la pubblica accusa era il pubblico ministero Paola Rizzo. L'indagine venne svolta dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Pisa. Nel marzo 2010 gli Scardigli furono arrestati con Matteo Cavallaro, 57 anni, di Firenze, e Massimo Strazza, 41 anni, di Cerreto Guidi, che ha poi patteggiato uscendo dal processo.
Dai controlli delle Fiamme Gialle emersero delle notevoli differenze tra i redditi dichiarati dagli indagati e il volume di soldi movimentato sui conti correnti. Li accusarono in cinque. Piccoli imprenditori, e anche operai, alle prese con una crisi sempre più stringente e che si erano rivolti ai quattro per ottenere prestiti la cui restituzione veniva poi chiesta a tassi ritenuti usurari. Nell'ipotesi dell'accusa si partiva dal 40 o il 50%, per arrivare, se alla scadenza il debito non veniva saldato, ad interessi addirittura del 70 e del 150%.
Lo spunto iniziale per gli inquirenti furono gli accertamenti sulla dichiarazione dei redditi di una presunta vittima. Era un santacrocese alle cui dipendenze lavorava Daniele Scardigli, che quindi fu accusato di aver prestato soldi - con la complicità del padre - al suo datore di lavoro. Denaro che, secondo gli investigatori, veniva fornito da Matteo Cavallaro, il cui ruolo sarebbe stato anche quello di esattore per convincere i presunti usurati a saldare i loro debiti.
Dal 2006 al febbraio 2010, i finanzieri scoprirono che i prestiti di poche migliaia di euro, e a volte somme anche più sostanziose, venivano chiesti dagli imprenditori per far fronte ai pagamenti di forniture. Alla scadenza di assegni o cambiali, se i debiti restavano insoluti, venivano rinnovati applicando ulteriori interessi usurari. I fatti contestati si sarebbero svolti a Santa Croce e nella zona tra San Miniato e Ponte a Egola.
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