Il Tirreno

Pontedera

La diversità spiegata ai bambini

La diversità spiegata ai bambini

Una singolare lezione di teatro a Cascina per gli alunni delle elementari

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CASCINA. Avercene di lezioni di teatro così. Volendo fare un regalo serio, importante, illuminato alle nuove generazioni, il prossimo governo dovrebbe prevederle per legge, tutte le settimane, in tutte le scuole d'Italia. A insegnargli come si fa potrebbero pensarci la Fondazione Sipario Toscana e La Città del Teatro di Cascina, che insieme stanno rinforzando la loro vocazione di spazio aperto e cantiere per compagnie e iniziative (tra cui quella di cui si parla, la rassegna “La scuola va a teatro!”). E che, mettendo in piedi progetti di residenza, permette la nascita di spettacoli (per piccoli, e quindi anche per grandi) da non perdere. Come “Io, diversa”, di Véronique Nah e Alessandro Libertini, registi e attori poliedrici e affiatatissimi, anime della Compagnia Piccoli Principi, che assieme a Fondazione Sipario Toscana e La Città del Teatro ha realizzato questa produzione dedicata al tema della diversità (a Cascina, ieri e l'altro ieri, appositamente per gli occhi e le orecchie dei bimbi delle scuole elementari di Fornacette). L'arte di rappresentare con allegria situazioni che lasciano intravedere il dolore. L'esperimento funziona fin da subito (una scena scarna, povera, che si accende lentamente, in sottofondo un canto accompagnato dal pianoforte): l'attenzione volatile dei piccoli spettatori è incollata alle poltroncine della sala. Merito anche della breve, incisiva introduzione di Alessandro Libertini, una lezione nella lezione: «Stiamo per cominciare. Spegnete i cellulari, non parlate, applaudite solo alla fine - dice ai bambini con una voce che conosce il segreto di raccontare le fiabe - Questo è uno spettacolo di teatro. La parola deriva dal greco: “théatron”. Per i greci la scena non era lo spazio degli attori, ma quello degli spettatori. Il teatro non è tanto quello che accade sulla scena, ma ciò che accade nella testa di ogni spettatore. Per questo non bisogna parlare. Altrimenti si impedisce che nella testa di chi ci sta accanto si formi il teatro». Fa un esempio pratico: «Fate finta di essere al cinema, state seguendo una battaglia epica, due eserciti del Medioevo che si scontrano. Quello che vi siete accanto vi fa: “Vuoi una patatina?”. Ecco, addio il Medioevo, addio l'atmosfera...». La risata dei bimbi è già complice. Poi fa il suo ingresso Véronique. Lo spettacolo nasce dalla sua biografia di figlia di diverse culture, di cittadina di diversi paesi, di spumeggiante creatura multietnica. In questo “one- woman show”, origini e percorsi anagrafici, legami parentali e ricordi diventano le tessere di un mosaico al contempo intimo e sovranazionale. Lei, nata a Montreal da madre canadese e padre liberiano, cittadina italiana residente a Firenze, gioca con la propria storia, con la propria religione, col colore «caffellatte» della propria pelle sfoderando grazia di illusionista. Canta, balla, si traveste, si sdoppia, dando voce alle tante anime che porta con sé: la bossa nova, il reggae, i tamburi d'Africa. Su una lavagna, Véronique scrive delle cifre: 7134285154 (le ultime le cancella e le riscrive in continuazione: 64, 74, 84). È il numero di abitanti del pianeta Terra, in crescita continua. E quindi, diversa da chi? (a.l.)

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