Il Tirreno

Pontedera

Scampato dalla furia dei tedeschi continuo a chiedere giustizia

di Jacopo Paganelli
Scampato dalla furia dei tedeschi continuo a chiedere giustizia

Libero Cosci, 92 anni, è uno dei sopravvissuti di Cefalonia. Migliaia di compagni vennero fucilati «Tocca a noi portare avanti la memoria, ma il giudice prosegua anche senza noi vecchi reduci»

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SAN FREDIANO A SETTIMO

Gli studiosi continuano a chiedersi se con la Resistenza sia cominciata la fine della parola “patria”, come sostiene Galli della Loggia. Oppure se la lotta partigiana sia stata piuttosto il collante di una nuova idea di nazione, sulla scorta dei pensieri di Bocca e Ciampi. Libero Cosci non ha dubbi in merito. Sergente maggiore di San Frediano a Settimo, telegrafista del Genio, rimase ben sei ore sotto i cadaveri dei commilitoni della divisione Acqui fucilati dai tedeschi a Cefalonia.  In casa sua medaglie, diplomi al merito e tantissime onorificenze. «Quello fu il primo e vero atto della Resistenza italiana».

Aveva ventitré anni allora. E adesso quella ferita si riapre, con  un nuovo indagato dal tribunale militare di Roma per i misfatti in Grecia. Si tratta di un caporale tedesco dei cacciatori di montagna di 89 anni. Una  vicenda travagliata quella del processo di Cefalonia, fra archiviazioni e condanne simboliche. L’unica pena che è stata effettivamente scontata ammonta infatti a tre anni. Ma Libero è categorico. «Il processo al tedesco? Se ci penso, se penso a quei giorni, mi viene ancora il sangue agli occhi: lo dica al giudice, vada avanti, anche senza di noi vecchi reduci, ma non dimentichi, non dimentichi».

La sua memoria è ancora sorprendentemente libera. Cristallina. Si dipana con estrema chiarezza fra le pieghe di quelle pagine coperte d’infamia. A Cefalonia furono in migliaia a essere trucidati, compresi il generale Gandini e tutto il suo stato maggiore. «Da militare ero di servizio a Corfù. Lì stavamo veramente bene: i greci erano nostri amici. Addirittura conoscevo un prete ortodosso che mi regalava di tanto in tanto dell’olio da spedire ai miei  familiari in Italia». Poi la guerra al fianco della Germania e la costituzione dello Csir (poi Armir) negli scenari innevati descritti da Bedeschi. «A Corfù arrivò un dispaccio che imponeva a un certo numero di soldati di partire per il fronte in Unione Sovietica. Sicché, per evitarlo, a giugno del 1943 mi feci trasferire a Cefalonia. Dove il compito principale era quello di installare e nascondere le batterie antiaeree fra le montagne». Finché, l’8 settembre, Badoglio non firmò l’armistizio di Cassibile con gli angloamericani.

«Da Roma non arrivavano più ordini, era il caos. Gandini, che era amico dei tedeschi perché stato sul fronte russo, non sapeva che fare. Temeva che la richiesta della Wermacht di cedere le armi comportasse sì il ritorno in patria, ma per combattere contro i nostri fratelli italiani che avevano scelto di stare dalla parte opposta». Ore concitate, febbrili, in cui il generale dell’Acqui e il proprio staff non riescono a prendere una decisione. Rotte all’improvviso, il 14 settembre, dal rombo degli Stuka della Luftwaffe in picchiata. «Cominciarono a bombardarci. Noi ci asserragliammo allora sulle montagne, protetti dai cannoni. Con cui affondammo anche due bastimenti degli ex alleati». Per un bel po’ gli uomini di Gandini resistettero nel mezzo all’Egeo, barricati in una posizione difensiva praticamente imprendibile. «Senza motivo però arrivarono disposizioni di rimuovere la prima linea dell’artiglieria. Non ho mai saputo da chi fosse arrivato quell’ordine. Può darsi sia stata una spiata fascista. Fatto sta però che i tedeschi potettero risalire indisturbati i crinali della costa e venirci a prendere. Fu una carneficina».

Nonostante che gli italiani si fossero arresi, furono massacrati tutti a squadre di centinaia per volta, ufficiali compresi, con l’accusa di essere dei banditi. Si dice che l’avesse imposto il Fuhrer in persona. «Mi salvai per miracolo», ricorda Libero con la voce rotta dall’emozione. Sul tavolo una lettera dal Quirinale. Dentro, le foto dell’incontro col presidente Giorgio Napolitano il 27 gennaio. Giorno in cui Cosci è stato nominato cavaliere. «Napolitano mi ha confessato che sono un eroe».

Dopo l’eccidio e il rifugio clandestino presso una famiglia locale, Libero si consegna ai tedeschi che lo portano in un campo greco a Giannina. «Anche lì fui fortunato: un aereo inglese sventrò in pieno la mia tenda, uccidendo il mio compagno. Per fortuna mi trovavo fuori». Poi la fuga rocambolesca, legato sotto un pianale coperto da ballini di grano. «Una volta raggiunte le montagne, con l’aiuto di una donna greca che aveva marito e figli nella Resistenza, mi diedi alla macchia insieme ad altri italiani. Sabotavamo i ponti e le ferrovie tedesche con la dinamite. Passai due anni e mezzo fra le montagne dei Balcani. Finché Tito non diede l’ordine di massacrarci tutti. Prima ci usarono a Postumia per togliere le cariche esplosive tedesche dentro le grotte. Poi ci trasportarono a Borowitza, in un campo dove rimasi 75 giorni. I titini trucidavano selvaggiamente tutti col filo spinato, per la sola colpa di essere italiani. Cercai di impedire che una signora incinta venisse dilaniata. Mi ruppero due costole. Arrivò la Croce rossa a liberarci, un campo vicino al nostro e i suoi occupanti erano stati bruciati per un’epidemia di tifo».

Quello che Libero denuncia è la banalizzazione della sua esperienza. Tanto che, quando nel dopoguerra inoltrò domanda di una pensione speciale, fu chiamato dalla Corte dei conti solo nel 1976. Accompagnato dal generale di corpo d’armata Apollonio, anche lui sopravvissuto di Cefalonia, ha subito il diniego dei giudici. «Mi dissero che non era vero nulla, quasi ridendomi in faccia. Ancora oggi troppe ombre rimangono su quei fatti. Ma tocca a noi portare avanti la memoria, anche e soprattutto quella giudiziaria».

©RIPRODUZIONE RISERVATA  

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