Il Tirreno

Pontedera

Eccellenza mondiale la pasta firmata da Dino Morelli

Andrea Lanini

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 MONTOPOLI. «In tutta la provincia di Pisa gli unici premiati siamo stati noi», dice con pertinente orgoglio il signor Morelli, 81 anni portati alla grande, alto, elegante, occhi chiari, vivaci, pungenti, sopra al cardigan blu la tradizionale cappa da lavoro bianca immacolata, e in cima al taschino, come si usava una volta, il nome scritto a mano con ago e filo, "Dino".  «La targa l'ho di là in casa, vado a prenderla». Torna in un attimo, attraversando il pianerottolo: qui all'Antico Pastificio Morelli di San Romano, laboratorio, abitazione e uffici convivono nello stesso stabile, felicemente amalgamati da un diffuso aroma di grano che sa di memoria e predispone al buonumore.  «Eccola, ce l'hanno data il 5 novembre scorso». L'effigie del geniale Buonarroti, spalmata su targa argentea, occhieggia inquieta tra i quattro lati dorati della cornice. È il Premio Michelangelo: 50&Più Toscana, la federazione degli over 50 di Confcommercio, lo conferisce ogni due anni agli imprenditori "che si sono distinti nella loro attività". «Sono andato a Firenze, a ritirarla, a Palazzo Vecchio». Non è un caso se la voce di Dino sottolinea il nome del capoluogo toscano con una vibrazione. Cinque generazioni fa, nel 1860, è in terra fiorentina che tutto ebbe inizio.  «La nostra famiglia è originaria di Lastra a Signa», racconta Antonio, uno dei tre figli di Dino, che oggi portano avanti l'azienda (gli altri sono Marco, l'esperto della pastificazione, e Lucia, responsabile del comparto amministrativo). «E il nome originario del pastificio era Giomi. A quei tempi l'eredità toccava al figlio maschio, e così mia nonna Teresa, lasciando campo libero al fratello, decise di far fagotto e portare la sua esperienza di pastaia da un'altra parte. Lei e mio nonno, Giuseppe Morelli, scelsero San Romano, e si piazzarono qui, dove la ditta è ancora oggi. Era il 1920. Questa, allora, era l'ultima casa del paese».  Riguardo all'arrivo di Teresa a San Romano si narrano scene da Far West. Appena scesa dal treno, la prima cosa che la ragazza vide fu la vociante gazzarra dei braccianti che cercavano un ingaggio per andare a lavorare al nord. Tutt'intorno, a mo' di contrappasso, la quiete straniante della prateria. «La nonna lì per lì rimase allibita. "Giuseppe, o dove m'hai portato?", avrà pensato. Ma poi si è ambientata subito, spiccia com'era. Lei aveva la padronanza del mestiere, mentre mio nonno, uomo sveglio, lungimirante, era in gamba con gli affari. Con loro la tradizione di famiglia, novant'anni fa, ha cambiato cognome, da Giomi a Morelli, e appartenenza territoriale, da fiorentina a pisana».  Oggi all'Antico Pastificio Morelli lavorano una trentina di persone e i prodotti di quest'eccellenza toscana vengono spediti in tutto il mondo. «La filiera è rimasta inalterata», dice Antonio, e con lo sguardo, istintivamente, va a cercare la grande elica che un tempo ventilava i telai e ora fa bella mostra di sé da una parete. «Dal punto di vista produttivo, siamo cresciuti replicando più volte lo stesso processo artigianale. La cellula originaria del procedimento è la stessa. Si è dovuto anche trasformare un mestiere bello in un mestiere a norma: i regolamenti sono molto severi, applicarli mantenendo inalterata la genuinità non è facile. O meglio, è semplice: basta investire i guadagni nell'ammodernamento dell'azienda. Qui lo si fa da sempre». Scendesse dal treno oggi, Teresa si regalerebbe un sorriso.

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