«Aggrappato per ore ad un cartello stradale per salvarmi dalla piena»
Luciano Gianfranceschi
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SANTA CROCE. «Torna l'incubo maltempo sulla Toscana. E sta già rannuvolando». Trema la voce a Ninetto Morani, 50 anni, ripensando a come è scampato da quel pericolo mortale, la settimana scorsa, ad Aulla. «Quando chiudo gli occhi rivedo una montagna d'acqua: due ondate, una più grossa e più forte dell'altra». Non ha mai raccontato la brutta avventura - anche se i cronisti sul posto parlavano di un uomo aggrappato alla parte alta di un cartello stradale - ma ora si scioglie. «Martedì 25 ottobre, saranno state le 18 circa, con mia madre Imelda, che abita ad Altopascio, tornavamo da Vinca, località dell'alta Versilia di cui siamo originari. In vista della commemorazione dei defunti, siamo andati al cimitero a sistemare le tombe dei familiari». Che cosa è accaduto? «Sulla via del ritorno, a circa duecento metri dal casello autostradale di Aulla, d'un tratto la strada s'è trasformata in un fiume d'acqua torbida, in men che non si dica aumentava a vista d'occhio. Ci siamo fermati, siamo usciti dall'auto, per non fare la fine del topo, e saliti sul tetto dell'abitacolo. Al posto della strada c'era un fiume in piena, violento, rumoroso, inaspettato». Ninetto chiude gli occhi, poi riprende ancora scioccato nonostante sia passata un settimana: «Il fiume in piena non diminuiva, anzi aumentava, sarà arrivato a tre metri e più d'acqua. A quel punto ha spazzato via l'auto, che ora chissà dove sarà. Mi sono aggrappato alla parte alta di un cartello stradale, perché mi ci sono ritrovato contro, è stato un gesto istintivo. Un attimo dopo, mia madre non l'ho vista più, travolta dalla corrente. Ho gridato aiuto, ma il frastuono del fiume copriva la mia voce. Era acqua fredda, ero tutto bagnato, cercavo di resistere perché non vedevo altro modo di salvezza. Ho visto passare dei Tir trasportati dalla corrente, uno dietro l'altro. Se mi avessero colpito, anche soltanto sfiorato, sarebbe stata certamente la fine». Più di due ore in balia della piena. «Sentivo diminuire le forze, ma pensavo a mia moglie Sandra, a mio figlio. Quando cominciavo a cedere, erano passate un paio d'ore e le forze s'affievolivano, ho avuto la percezione che l'acqua stava diminuendo. Insomma la lotta diventava contro il tempo, anziché contro l'acqua. E ho raccolto le energie, non faccio per dire, ma ero quasi stremato. L'acqua ha iniziato a defluire davvero, così ho cominciato a galleggiare verso il basso anch'io e in mezz'ora ero a terra. Sono andato al punto di primo soccorso, avevo un principio d'assideramento; niente in confronto alla disperazione in giro. Chi aveva perso i familiari, la casa, il negozio, tutto». Aggiunge la moglie Sandra, che gestisce con lui la pizzeria La tartaruga a Fucecchio: «Verso le 21.30 eravamo preoccupati. Al telefonino, Ninetto era irraggiungibile, già dalla televisione arrivavano le immagini del nubifragio. Poi ho sentito la sua voce che dal cellulare di un volontario riusciva a dirmi che era un disastro, ma di non stare in pensiero». E l'anziana Imelda? Riprende il figlio Ninetto: «Dopo la telefonata a casa, ero preparato al peggio per mia madre. Sono andato alla protezione civile, a informarmi: credevo d'averla vista morire travolta dalla piena». Si ferma, non riesce a parlare. Non per suspense, ma perché è una vicenda vissuta. «Un momento dopo essere scomparsa dalla visuale, mia madre è stata vista annaspare, e come in film un albanese l'ha afferrata al volo, poi insieme a un altro connazionale sono insieme riusciti a trarla in salvo. Bagnata e infreddolita, l'hanno portata all'ospedale dove le hanno fatto massaggi caldi, salvandola definitivamente. Ora sta bene». Gli chiediamo se crede ai miracoli. «Non ho avuto tempo di pensarci, è un istinto cercare di salvarsi in tutte le maniere quando si è in pericolo. Sono rientrato giovedì scorso, ma tornerò a trovare quegli albanesi, non li ringrazierò mai abbastanza. Non ho pregiudizi verso nessuno, per il mio lavoro di ristoratore, tantomeno - conclude - ne avrò d'ora in poi per gli immigrati».
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