Il Tirreno

Pontedera

Un film dal diario di prigionia

Paola Silvi
Un film dal diario di prigionia

Le 1.500 pagine di Giuntini, ieri in cattedra all'istituto Fermi

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 PONTEDERA. Oltre 1.500 pagine. E' un castello di destini incrociati questo diario, che racconta la morte, i turbamenti, la meraviglia, ai confini dell'umana sopportazione. Che è già oggetto di studio di una tesi di dottorato all'Università di Pisa. Che sta per diventare un libro e che presto potrebbe trasformarsi in un film. E' un giovanissimo soldato ponsacchino l'autore dell'opera.  Luigi Giuntini aveva 22 anni quando venne catturato. L'8 settembre del 1943 la notizia dell'armistizio lo sorprese mentre prestava servizio all'aeroporto militare vicino Verona. I tedeschi chiesero un'adesione che non arrivò mai. Giuntini fu arrestato e spedito insieme ai compagni in un campo di concentramento in Germania. Il loro no al fascismo in un'Italia allo sbando gli costò cara. Ieri Luigi Giuntini, in occasione della Giornata della Memoria era ospite al Fermi, invitato a raccontare la sua prigionia. Per non dimenticare le vittime dello sterminio.  «Quando partii - dice Giuntini - avevo una ferrea volontà, quasi certosina di scrivere su fatti, persone, anche quando ero stanchissimo e tormentato da una fame inimmaginabile. Perché più scrivevo, più avvertivo di conservare un barlume di umanità». Il professore fu trasferito in Turingia in un campo di lavoro ma il turbamento di quei mesi non ha voce. «L'inferno - ripercorre il dolore Giuntini - i giorni da disperati che trascorrevamo. Senza cibo, né acqua né cure. Ore e ore in piedi sotto la pioggia, la neve la grandine».  Quanto è largo il confine tra la vita e la morte? Forse nessuno lo sa, eppure da sessant'anni il professore continua a farsi quella stessa tormentosa domanda che non ha risposta, la domanda del sopravvissuto. Così si definisce Luigi. «Ma se la legge della giungla diventava sempre più crudele, nei campi di lavoro abbiamo passato davvero i momenti peggiori. Non solo - continua Giuntini - il rancio era tanta acqua verde con rari e sparuti ceci galleggianti, ma i nazisti, spietati, ostili camaleonti ci facevano sgobbare per 10 ore al giorno». Da tessitore a carbonaio, a tornitore in una fattoria. «Scaricavamo legna, blocchi di marmo. In una mattina, in quattro liberammo un vagone ferroviario da 27 tonnellate di carbone».  Inutile chiedersi il perché, impossibile non chiederselo. Per questo il signor Giuntini, liberato il 14 aprile 1945 dalle truppe della Terza Armata Statunitense non si stanca di raccontare. «Sono stato fortunato», riconosce abbozzando un sorriso. «Sono rimasto aggrappato, come a una zattera, a quella decina di amici che avevano condiviso questa esperienza». E nei suoi occhi di superstite brilla ancora la flebile fiamma di una continuità di affetti. Guarda i ragazzi e non nasconde di essere stato per tanto tempo disorientato. «E' difficile capire l'angoscia che non si placa. E' fantascienza. Quando tornai a casa iniziò il mio secondo esilio. Trovai Ponsacco bombardata - conclude Giuntini - molto cambiata. Feci il viaggio sdraiato sotto un carro armato. All'altezza di via Roma a Pontedera mi buttai dal vagone. Fui sommerso dalle domande di donne sconosciute, vicini che chiedevano notizie dei propri cari».  E non c'è più stato niente da fare: i veri e soli monumenti di quel massacro sono i corpi dei sopravvissuti. Ma è un peso troppo grande. Lo si può sopportare, e solo per poco, quando la memoria diventa storia. Magari attraverso un diario che grazie agli studenti di oggi diventa libro dato alle stampe e poi, forse un film. Grazie alle giovani voci di ragazzi che leggono commossi quelle righe.

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