Il Tirreno

Pontedera

Lavavano le tute dei mariti, sono morte d'amianto

Andreas Quirici
<strong>LA STORIA. </strong>Barbara Fedeli
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LA STORIA. Barbara Fedeli

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POMARANCE. Chi è morto di amianto semplicemente guidando un pullman e trasportando i lavoratori delle fabbriche della Val di Cecina. Chi lavava ogni giorno con cura la tuta da lavoro del marito, intrisa del pericoloso materiale. Chi ha convissuto con il killer silenzioso, per scaldare il pasto, ma rischia di rimanere fuori dal programma sanitario.

Per burocrazia è rimasta fuori. Storie di uomini e di donne che covano sotto la cenere di un caso ormai nazionale, ma che a Pomarance, Volterra, Castelnuovo e in tutta la provincia di Livorno assume i toni di un'emergenza che non sembra intenzionata a risparmiare nessuno.

I numeri. I numeri sono impietosi. Nel primo ciclo di monitoraggio sanitario messo in campo dall'Asl 5, su 620 ex lavoratori di Enel e Isolver, 405 hanno accettato di sottoporsi agli accertamenti, con 66 persone a cui sono state riscontrate placche pleuriche, 24 hanno avuto una diagnosi di asbestosi e 31 che invece hanno entrambe le patologie. All'Inps sono state inviate 105 domande di risarcimento per malattia professionale, ma di queste, solo 40 hanno ottenuto giustizia (almeno economica) al momento.

Burocrazia davanti a casi umani. Come quelli degli ex lavoratori di fabbriche della Val di Cecina che, però, risiedono in posti come Cecina o Rosignano e che, essendo in provincia di Livorno e quindi fuori dal territorio dell'Asl 5, rischiano di non essere inclusi nel programma di sorveglianza sanitaria. Sono 21 i casi in questione, riassunti da Renato Grillandini, 60 anni, ex dipendente della Società Chimica Larderello. «Ci siamo riuniti - spiega l'uomo - e abbiamo chiesto informazioni alla nostra Asl. La risposta è stata negativa. Non avevano un programma di sorveglianza sanitaria e hanno buttato la colpa addosso all'Asl di Pisa che non si è rivolta a loro per coordinarsi. Così, ci siamo mossi in autonomia rivolgendosi alla medicina del lavoro dell'Asl di Pisa e ottenendo una risposta molto veloce. In un mese siamo stati sottoposti alle visite e adesso stanno arrivando le risposte. I responsi sono i soliti di sempre. Io ho una riduzione polmonare, altri hanno le placche. Speriamo che ci diano supporto legale e che possiamo ottenere qualcosa di positivo».

La storia di Danilo.
La storia di Danilo Fedeli è emblematica e la racconta la figlia Barbara: «Mio padre è morto a 67 anni ed era già in pensione. Gli è stato diagnosticato un mesotelioma e nel giro di pochi mesi è morto, nonostante il lavoro svolto da dottori come Marco Lucchi e Antonio Chella di Cisanello. Un calvario per lui e per noi che gli siamo stati vicini. Il fatto è che mio padre lavorava al Consorzio pisano trasporti e ha guidato i pullman della Valdicecina per più di 30 anni, venendo a contatto comunque con i lavoratori delle fabbriche che, ignari di tutto, salivano e scendevano dai mezzi senza togliersi la tuta intrisa di amianto».

Quelle donne morte. E poi ci sono le storie di 5 donne di queste parti. Morte anche loro per il contatto prolungato nel tempo con il materiale. «Lavavano le tute da lavoro dei mariti - racconta Maurizio Cardelli, esponente del Comitato amianto - un rito che ogni settimana veniva ripetuto con amore e pazienza. Ma che alla lunga è stato fatale per alcune di loro. Per altre lo potrebbe essere, visto che sono malate e in gravi condizioni».

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