Il Tirreno

Pontedera

Il giorno dei diritti dei bambini

Cronache di un'infanzia negataPampaloni parla del suo Saharawi

Paola Silvi
Cronache di un'infanzia negataPampaloni parla del suo Saharawi

Giocano a pallone scalzi o con le gomme delle macchine in disuso. Bevono acqua salata da una cisterna rugginosa. Vanno a scuola sotto tetti pericolanti, pavimenti inesistenti e pareti che si sfaldano perché costruite con mattoni di sabbia cotti al sole

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CRESPINA. Bambini poveri, costretti a lavorare piuttosto che a studiare. Tutte storie di diritti mancati a vent'anni dalla Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia. Il ritratto di un paese, quello raccontato da Daniela Pampaloni al suo ritorno dai campi profughi Saharawi, che fa riflettere, che può insegnare molto, almeno a livello educativo a noi occidentali privilegiati.

«È trascorsa poco più di una settimana - dice Pampaloni - da quando sono tornata dalla missione che almeno una volta l'anno compio nel sud dell'Algeria, nel deserto dell'Hammada, per seguire i progetti di cooperazione della Regione Toscana rivolti alle donne e ai bambini. Ho ancora negli occhi bambine e bambini che cercano caramelle o mangiano biscotti secchi». E aggiunge: «Ho visto bambine e bambini piccolissimi attaccati al seno delle loro madri o accovacciati a terra fra le gambe incrociate delle nonne, delle sorelline più grandi, delle mamme. Ho visto ragazzini fare la lezione di scuola sdraiati per terra nella loro kaima /tenda, perché dai Saharawi non esistono tavoli e sedie».

Una fotografia dell'infanzia che potrebbe sembrare sconvolgente se non fosse che questi piccoli protagonisti, pur costretti al degrado, trovano il modo di sorridere alla vita. «Questi bambini - continua - che rischiano di morire ogni giorno per una dissenteria acuta o una febbre alta sono senza paure, senza ansie indotte. Appena ti vedono, ti corrono incontro per salutarti, per darti la mano e camminare un po' al tuo fianco».

Il confronto con i bambini italiani, con quelli della sua scuola, è naturale. Ci sono disagi che toccano il corpo ma anche l'anima.

«Tornando al mio lavoro ho guardato i "nostri" bambini e ho osservato piccolissimi di sei, sette anni appesantiti da uno zaino troppo grande e pieno di quaderni inutili a far cultura di qualità. Adolescenti impegnati a manovrare giochini elettronici o estraniati dall'I-pood negli orecchi; bambine e bambini trascinati per strada dalle mamme come fossero troller per correre veloci ai corsi di danza, nuoto, chitarra. Insomma, bambini poco giocosi che si nascondono dietro i grandi. Adulti che li sovrastano piuttosto che accompagnarli nella crescita. Adulti poco rassicuranti, spesso fonti di dipendenza e insicurezza».

Due mondi diversi dunque, con concetti di spazio e tempo lontanissimi fra loro ma con gli stessi diritti. Diritti stabiliti per convenzione internazionale che di fatto sono esercitati in maniera profondamente diversa. «Forse è assurdo - conclude - chiedersi dove si vive meglio ma è certo che dobbiamo cercare di crescere i figli in libertà, salute, giustizia e pace».

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