Il presidio
I consigli di Gek Galanda per battere il Torino di Brown
il consigliere delegato ai rapporti per la Federazione dell'OriOra PIstoia Basket faceva parte dell’Italia che vinse con gli Usa guidati nel 2004 proprio dal tecnico dei piemontesi
PISTOIA. A Larry Brown piacerà più il pandoro o il panettone? Il dilemma è tutto italico ma il rischio concreto è che l'allenatore della Fiat Torino non riesca simbolicamente a mangiare nessuno dei due. Una sconfitta domenica contro Pistoia potrebbe infatti costare la panchina alla leggenda del basket a stelle e strisce. Del resto l'avventura in Italia del coach della Fiat non è partita con il piede giusto e ormai squadra e ambiente sembrano aver perso fiducia in lui. Per il momento l'allenatore statunitense è riuscito a cambiare tutta la squadra, esaurendo tutti i visti per gli stranieri, senza però riuscire a dare una vera identità alla sua creatura. Tra Eurocup e campionato ha vinto una sola partita su quindici con lui in panchina, leggermente meglio ha fatto il vice Galbiati che ne ha vinte due e perse tre quando il coach americano è dovuto tornare in patria per problemi di salute. A 78 anni, dopo una vita in cui ha vinto tutto in patria, si è scontrato contro una filosofia di basket diversa, per cui forse non era pronto lui e la sua pallacanestro. Per provare a capire i motivi di queste difficoltà e per leggere a trecentosessanta gradi il fenomeno Brown in Italia abbiamo provato a chiedere aiuto a Gek Galanda, che per l'allenatore statunitense è stato uno dei primi dolori a livello europeo. L'ex lungo biancorosso, oggi all'OriOra come consigliere delegato ai rapporti con Federazione ed enti, era infatti uno degli azzurri che riuscì nell'impresa di battere il dream team americano del 2004 allenato proprio da Brown. «Me lo ricordo in quella partita –dice Galanda pescando uno dei ricordi indelebili della sua carriera- ma lì allenava un gruppo di giocatori che non aveva nemmeno bisogno di sentirsi dire cosa fare. Noi giocammo con la testa e facemmo una grande partita, portandoli sul terreno a noi favorevole». La riflessione di Gek Galanda su Brown continua diventando il manifesto per spiegare come esistano due tipi di pallacanestro, completamente diverse, separate anche fisicamente da un oceano. «La premessa d’obbligo è che il basket è nato negli Usa ma io preferisco il nostro gioco, più tecnico rispetto al loro più basato sulla fisicità e sullo spettacolo. Larry Brown qui da noi testimonia la differenza tra due mondi e due mentalità. Naturale che all’inizio faccia fatica, non è facile poi mettersi in discussione dopo che hai vinto tutto in un certo modo. Qui c’è un sistema diverso, con altri valori, anche i tanti cambi di giocatori dimostrano confusione nelle gerarchie e sono sintomo di una situazione difficile». Pistoia, che in classifica ha gli stessi punti di Torino, andrà al PalaVela con la voglia e la speranza di fare il colpaccio. Per riuscirci però dovrà leggere bene l’avversario e metterlo in difficoltà soprattutto dal punto di vista tattico, togliendogli certezze e fiducia. «Torino ha un problema difficile da risolvere: hanno poca sicurezza, si vede che c’è discrepanza tra cosa domanda la squadra e cosa riesce a dare l’allenatore. Brown viene da un’esperienza forte e radicata, fatta in un ambiente diverso. Ho visto anche la loro ultima partita, con Varese, dai volti dei giocatori della Fiat capivi che non erano convinti di quello che facevano in campo. Poi bisogna dire che siamo sempre di fronte a una leggenda che non è diventata tale per caso: magari riesce a tirare fuori qualcosa dal cilindro e riesce a cambiare la situazione». L’augurio è che non avvenga proprio domenica, del resto i miracoli succedono la notte di Natale, mica prima. —
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