Hardy a cuore aperto «Io, il Bronx e la pallacanestro»
L’adolescenza in un quartiere difficile, poi l’esplosione all’università e un presente con tanta voglia di vincere
di Elisa Pacini
PISTOIA
Giocare a basket è naturale se nasci e cresci tra i palazzoni del Bronx. Lo fanno tutti, ma in pochi diventano vere stelle del parquet. Quelle stelle che, tra i tatuaggi che coprono le braccia di Dwight Hardy, sono sicuramente il disegno più gettonato. Non c'è più un centimetro libero ma, tra un pallone da basket, il testo di una canzone e quattro numeri cubitali (15 sull'interno del braccio destro, 23 sul sinistro) che messi insieme fanno il codice postale del Bronx, le stelle appaiono ovunque. Saranno più di 15, lo stuzzica il vice coach Fabio Bongi, ma certo non sono lì per caso.
La sua pelle infatti racconta molto della sua storia, di ragazzo che viene da un quartiere difficile a cui è molto legato, dove ha iniziato a giocare a basket proprio come si vede nei film di Spike Lee, sognando di diventare una star. Una stella, appunto.
Hardy vuole il massimo, questa è sempre stata la forza che lo ha portato a tornare nel suo quartiere da giocatore di pallacanestro e che ha cementato l'amore a prima vista tra lui e i tifosi biancorossi che domenica lo aspettano nello scontro al vertice tra Tesi Group ed Enel Brindisi.
«Il Bronx per me è il posto dove ho iniziato a giocare – racconta Hardy, 25 anni il prossimo 12 febbraio – dove vive la mia famiglia, dove oggi torno da giocatore di pallacanestro. I miei amici, la gente del quartiere sa chi sono, che ho preso questa strada e per loro sono un orgoglio».
Già perché non sempre giocare a basket ed andare a scuola, basta a tenerti lontano dalla strada, quella vera. «Non so dove sarei se non avessi il basket»: gli facciamo vedere una sua dichiarazione dell'anno scorso e lui sorride. «A tutti piace il basket – dice– ma vivere la strada ti porta ad incontrare anche droga, crimine, le scelte che apparentemente sembrano quelle facili per vivere. Il basket invece mi ha allontanato dalla quella strada e a credere in quello che facevo. Un grande aiuto me l'ha dato anche la mia famiglia. Mia madre e mio padre ogni giorno mi ripetevano quali erano le cose giuste ma non è sempre facile».
Il basket come una sfida: Hardy lo ha sempre vissuto così. Una sfida per passare dalle luci sciupate dei campetti delle periferie a quelle luccicanti del Madison Square Garden dove ha raccolto applausi con la maglia di St, Johns's. Per vincere con Pistoia, una cittadina più piccola del suo quartiere newyorkese. Ma Dwight sembra aver trovato il suo habitat. «Qui i tifosi sono pazzeschi – dice – sono più caldi che al college, si gasano molto di più e questo calore mi fa giocare meglio. Mi piace il casino. Sto bene a Pistoia, è vicino a tanti posti belli, nei giorni di riposo vado in giro con la mia famiglia. Fuori dal campo amo la tranquillità, anche a New York non vivevo molto la città perché sei molto spremuto dall'università e dal basket».
Dove vuole arrivare Hardy, simbolo dell'ottima stagione della Tesi Group, non è difficile da capire. Al "Top Shelf", al piano più alto che la palla a spicchi ha, come recita il suo soprannome datogli alle summer league dei college. «I giocatori migliori hanno tutti un soprannome – dice Hardy – e io negli ultimi quattro anni ero "Top Shelf", perché ero sempre tra quelli con il rendimento più alto».
«Dove voglio arrivare? Pistoia mi dà una grossa opportunità, siamo in cima alla classifica e vogliamo arrivare al massimo, sia questo fare la post season o arrivare primi, vedremo gara dopo gara. Per il mio futuro, cerco di impegnarmi per arrivare al livello più alto. La Nba, la serie A... intanto però voglio vincere con Pistoia».
E domenica c'è una gara importantissima, una da record di pubblico, come spera Dwight. Una gara dove sarà di nuovo costretto agli straordinari, tamponando l'assenza di Mathis in cabina di regia. «Brindisi è un'ottima squadra – conclude – è molto profonda. Noi cerchiamo i nostri equilibri dopo l'arrivo di Jonathan (Tavernari, ndr) e stiamo preparando al meglio la gara. Fare anche il play, avere più responsabilità, per me è una sfida».
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