Il presidio
TUSCANY, CHE SUCCEDE?
Quel nervosismo improvviso e la gestione emotiva delle difficoltà
Giulio Corsi
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PISTOIA. Una premessa, una constatazione, una domanda e una dritta. Le mettiamo giù così, in fila indiana, dopo la serata nebbiosa di Jesi, e nebbiosa non solo fuori dal palazzetto, tra i cantieri infiniti dell'A14, ma anche fuori dal parquet, con le dichiarazioni furenti di Paolo Moretti. La premessa: siamo convinti - e crediamo di essere in compagnia del 90% dei tifosi biancorossi e forse del 100% degli appassionati di basket non pistoiesi - che la Tuscany sia la vera rivelazione della Legadue. Lo è stata da settembre a dicembre 2010 e per la classifica lo è tuttora. Lo è ancor di più per chi ha visto da vicino il ko di Jesi, nato da mille componenti (sfortuna, errori propri e arbitrali, rendimento di alcuni singoli), ma arrivato dopo una prestazione leonina che paradossalmente sarebbe stata esaltata di più se Pistoia avesse perso magari di 5 punti e non sulla sirena. Per chiarire: Iozzelli e Moretti, società giocatori stanno facendo molto più di ciò che nelle silenziosissime giornate d'agosto anche il più ottimista dei tifosi avrebbe immaginato. E 3 ko in una settimana, 2 netti, uno no, non cancellano 4 mesi di miracoli e una salvezza già quasi acquisita. La constatazione: in questa settimana però si è creata un'aria tesa, tesissima all'interno dell'ambiente. E la cosa sbalordisce. A Faenza, il 2 gennaio, la squadra fu seguita da cento tifosi che alla fine nonostante la brutta prestazione applaudirono il gruppo e inneggiarono allo sfortunato capitan Toppo. Tutto bene, insomma. Ma solo in apparenza. Perché quattro giorni dopo, per l'Epifania, prende avvio il caos. A metà di una partita assolutamente aperta, da varie zone del PalaFermi si alzano tifosi che attaccano la squadra: qualcuno fischia Forte, qualcuno Berti. Altri Moretti. Volano parole pesanti. Che continuano nella ripresa, mentre la squadra lotta ma senza successo. Qualcuno si affaccia oltre la balaustra e fa come il gesto di voler prendere a sberle i giocatori, qualche altro (vigliacco) se la fa con le fidanzate e le mogli dei giocatori. Suona la sirena, piovono fischi, ma sempre limitati a un piccolissimo fronte di tifosi, non riuniti in un gruppo, ma disseminati nel palazzo. Comportamento assolutamente incomprensibile, nonostante la brutta prova della squadra, tra l'altro di fronte a una Veroli che lo stesso Demis Cavina definirà alla miglior prestazione stagionale. La sera stessa Paolo Moretti ordina alla squadra il silenzio stampa. «Parlo io, fatemi tutte le domande che volete», dice. Incomprensibile anche questo. Ma, è la spiegazione data il giorno dopo, la scelta è per non mettere sotto stress i giocatori. Ok. Lo stesso giorno, il presidente Maltinti, uno che l'aria brutta l'annusa con mesi d'anticipo, convoca la stampa, si schiera con la squadra, condanna quei tifosi isolati, chiede scusa al resto del pubblico e fa l'appello delle persone intelligenti: «È in momenti così che serve unità». Giustissimo. 72 ore dopo Pistoia va a Jesi e sfodera una prestazione di squadra (al di là dei singoli) da applausi: ci mette la faccia, si sbuccia i gomiti, difende, allunga, si fa riprendere, resta attaccata alla partita e per poco non la vince. Ma alla fine è di nuovo caos: la rabbia di Moretti è giustificatissima, le sviste arbitrali evidenti e affondare su quel tiro di Rossi fa un male cane, ma perdere le staffe in quel modo in sala stampa è sinonimo di una tensione strana. La domanda: che è successo? O meglio: che sta succedendo? Dalla chiacchierata di fine anno serena e rilassata di Maltinti e Lucchesi alla tensione di queste ore sono passati 12 giorni. Perché questi segnali di stress? Anche i bambini sanno che in una stagione i cali mentali e fisici sono normali. Nessuno stavolta ha mai pronunciato l'impronunciabile parola playoff. Nessuno ha mai calcato la mano sulle difficoltà che l'eventuale cessione di Varnado (giustificatissima) avrebbe comportato per la squadra. Fattori esterni (per essere chiari, giornalistici) di tensione non ce ne sono. E allora: perché questa ariaccia? Che serpeggia in alcuni tifosi (gente storica, che il PalaFermi lo bazzica da una vita, secondo alcuni) e nello staff? La dritta: (ri)citiamo semplicemente Roberto Maltinti. «È quando le cose girano po' storte che si va a cena con la squadra, che si fa gruppo». E aggiungiamo: per fare grande una squadra oltre alle componenti tecniche e atletiche serve anche la capacità di gestire emotivamente i momenti difficili. Forza Pistoia, rilassati e riparti.
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