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«La verità sulla radiazione dell'88»
Alberto Vivarelli
Sono trascorsi vent'anni. Anzi, ventuno per la precisione. Era l'estate del 1988 quando Roberto Dromedari alzò bandiera bianca, tradito da chi gli aveva assicurato aiuto. E la Pistoiese conobbe per la prima volta il sapore amaro della radiazione
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PISTOIA. Sono trascorsi vent'anni. Anzi, ventuno per la precisione. Era l'estate del 1988 quando Roberto Dromedari alzò bandiera bianca, tradito da chi gli aveva assicurato aiuto. E la Pistoiese conobbe per la prima volta il sapore amaro della radiazione. Da allora, solo silenzio.
Non si è mai difeso dal fango che gli hanno gettato addosso nei mesi e negli anni successivi, dalle molte menzogne raccontate e non ha mai detto niente nemmeno sulle altrettanto molte verità taciute.
«A dire il vero ci provai - svela l'ex patron arancione -. Portai una lettera ad un giornale locale ma il responsabile di allora mi rispose: "Caro ex presidente Dromedari, ci dispiace molto ma non possiamo pubblicarla"».
Dopo ventun anni tutti hanno diritto all'oblio, per Dromedari questa regola sembra non valere. In questi mesi è stata ricordata più volte la vicenda della Pistoiese dell'estate del 1988 ma spesso la memoria fa brutti scherzi e allora ci pensa l'ex presidente a ricordare fatti ed episodi, alcuni dei quali inediti.
«Quello che si è letto in questi giorni - dice Dromedari - travisa e ribalta la realtà dei fatti. Purtroppo non è solo una cosa di oggi. Anche nel libro che festeggiò gli 80 anni della Pistoiese ci sono inesattezze clamorose, soprattutto per quanto riguarda il fallimento e la radiazione della società».
Allora, presidente, cose accadde quell'estate?
«Anzitutto radiazione e fallimento furono cose del tutto separate. La società fallita non fu la mia ma quella del presidente Marcello Melani, l'Unione Pistoiese spa. La mia si chiamava Ac Pistoiese calcio. Quindi la radiazione non avvenne in seguito al fallimento: le due vicende furono sempre separate tra loro. Tant'è che l'Ac Pistoiese, dopo la radiazione, continuò a vivere con sede legale a La Spezia».
Poi, però, fallì anche quella.
«Certo, a causa di un debito di 2 milioni e mezzo nei confronti di un ex dipendente, spese che io non avevo mai autorizzato».
Torniamo al luglio 1988 e alla radiazione.
«Per capire è necessario fare un passo indietro, andare all'origine della crisi. Nel 1986 a causa del crollo del dollaro le mie azienda si trovarono in difficoltà perché lavoravano quasi esclusivamente con gli Stati Uniti. Di conseguenza anche la Pistoiese ne risentì. Cercai qualcuno che acquistasse la società ma non si presentò nessuno. Nell'estate del 1987 rimisi il mio mandato da presidente nelle mani del sindaco Luciano Pallini. L'incarico di amministratore delegato fu affidato a Giovanni Mineo ma non mi disinteressai della Pistoiese, tant'è che nella stagione '87-'88 presi Marcello Lippi come allenatore e giungemmo all'8º posto».
Nel luglio del 1988 era tutto pronto per il passaggio di proprietà al gruppo pistoiese di Frustalupi ma saltò tutto. La accusarono di non essersi presentato a quell'incontro.
«Intanto è bene precisare che nell'estate del 1988 io versai la quota di iscrizione al campionato di C2. Mancava solo la fidejussione bancaria da 400 milioni, un documento che poteva essere depositato in Lega anche successivamente. Non essendo in grado di garantire quella fidejussione, mi rivolsi all'allora presidente del Pisa Romeo Anconetani. Con lui avevo una trattativa per la cessione di alcuni giocatori del settore giovanile. Nel luglio mi recai a Volterra dove i neroazzurri erano in ritiro, Anconetani mi rassicurò: qualora non fossi riuscito ad ottenerla a Pistoia, la fidejussione l'avrebbero garantita lui e il presidente della Fiorentina. Mi ricordo che in ritiro c'era anche Stefano Carobbi che invitò Anconetani a darmi una una mano».
Ma l'operazione non andò in porto.
«Tornato a Pistoia informai della disponibilità di Anconetani l'allora assessore Roberto Niccolai e l'avvocato Andrea Baldi che si offrì di darmi una mano in questa delicata vicenda. Alcuni giorni più tardi mi venne comunicato che la fidejussione di 400 milioni sarebbe stata fatta da alcuni personaggi pistoiesi per cui rinuncia alla disponibilità del presidente del Pisa. Il 31 luglio 1988 chiesi all'assessore Niccolai e all'avvocato Baldi se la fidejussione fosse stata effettuata perché il giorno dopo si sarebbe riunito il Consiglio federale che avrebbe deciso le ammissioni ai campionati. Mi fu risposto che era tutto a posto ma la mattina successiva venne convocata a mia insaputa una riunione in Comune con alcuni personaggi pistoiesi: ricevetti la telefonata la sera precedente e mi invitarono per dare alcune informazioni».
Secondo lei perché quell'incontro "carbonaro"?
«Qualcuno mi aveva tradito. Risposi che non avrei partecipato ad alcun incontro in Comune e se a tutti loro stavano veramente a cuore le sorti della Pistoiese, avevano una sola strada da percorrere: depositare la fidejussione e inviare un fax al Consiglio federale. Allora i giornali scrissero che mi presentai all'appuntamento con due ore di ritardo ma io quell'appuntamento lo rifiutai. Mi recai in Comune ma solo per sapere se la fidejussione era stata depositata o meno. Se avessi partecipato a quella riunione mi avrebbero messo di fronte ad una decisione già presa: la mia firma sulla cessione della società in cambio della fidejussione. Insomma, bere o affogare. La verità è che questi signori non inviando la fidejussione decretarono la radiazione della Pistoiese. Se mi avessero detto subito no, la fidejussione l'avrebbe fatta Anconetani e la Pistoiese sarebbe rimasta in C2; poi avremmo potuto anche parlare di cessione. Vedendo le vicende di questi mesi, direi che la storia si ripete».
Cosa vuol dire: la storia si ripete?
«Se la Pistoiese è finita tra i dilettanti la colpa è degli amministratori comunali e di alcuni sedicenti imprenditori pistoiesi. Tutti si sono fatti buggerare da un fantomatico imprenditore bolognese collegato a chissà quanti avvoltoi pronti a saltare addosso a chi si trova in difficoltà in questo calcio che ormai è un malato irreversibile. Se la questione fosse stata gestita in altro modo, la Pistoiese adesso sarebbe in Seconda divisione se non addirittura in Prima, visti i ripescaggi. Eppure questi signori saranno ricordati come i salvatori del calcio a Pistoia».
Sulla sua gestione restano molti misteri. Ad esempio, nel suo primo anno di presidenza aveva allestito una squadra fortissima, che avrebbe potuto competere anche in serie B: perché alla fine retrocesse? E ancora, perché quando acquistò la Pistoiese si accollò il mutuo di 2 miliardi e 250 milioni della precedente gestione? Perché ri-acquistò Garritano, Piraccini e Di Stefano che erano tesserati della vecchia società?
«Ho tanto di quel materiale che potrei scrivere un libro su quegli anni, ma solo dietro pagamento. Scherzo, ovviamente. In realtà potrei aprire uno squarcio sulla verità di allora, sui personaggi pubblici e privati di quel tempo, su coloro che vollero bene alla Pistoiese e su coloro che cercarono di affossarla. Ma non è ancora il momento».
Dromedari, rientrerebbe nella Pistoiese?
«Non ho capito la domanda».
Non si è mai difeso dal fango che gli hanno gettato addosso nei mesi e negli anni successivi, dalle molte menzogne raccontate e non ha mai detto niente nemmeno sulle altrettanto molte verità taciute.
«A dire il vero ci provai - svela l'ex patron arancione -. Portai una lettera ad un giornale locale ma il responsabile di allora mi rispose: "Caro ex presidente Dromedari, ci dispiace molto ma non possiamo pubblicarla"».
Dopo ventun anni tutti hanno diritto all'oblio, per Dromedari questa regola sembra non valere. In questi mesi è stata ricordata più volte la vicenda della Pistoiese dell'estate del 1988 ma spesso la memoria fa brutti scherzi e allora ci pensa l'ex presidente a ricordare fatti ed episodi, alcuni dei quali inediti.
«Quello che si è letto in questi giorni - dice Dromedari - travisa e ribalta la realtà dei fatti. Purtroppo non è solo una cosa di oggi. Anche nel libro che festeggiò gli 80 anni della Pistoiese ci sono inesattezze clamorose, soprattutto per quanto riguarda il fallimento e la radiazione della società».
Allora, presidente, cose accadde quell'estate?
«Anzitutto radiazione e fallimento furono cose del tutto separate. La società fallita non fu la mia ma quella del presidente Marcello Melani, l'Unione Pistoiese spa. La mia si chiamava Ac Pistoiese calcio. Quindi la radiazione non avvenne in seguito al fallimento: le due vicende furono sempre separate tra loro. Tant'è che l'Ac Pistoiese, dopo la radiazione, continuò a vivere con sede legale a La Spezia».
Poi, però, fallì anche quella.
«Certo, a causa di un debito di 2 milioni e mezzo nei confronti di un ex dipendente, spese che io non avevo mai autorizzato».
Torniamo al luglio 1988 e alla radiazione.
«Per capire è necessario fare un passo indietro, andare all'origine della crisi. Nel 1986 a causa del crollo del dollaro le mie azienda si trovarono in difficoltà perché lavoravano quasi esclusivamente con gli Stati Uniti. Di conseguenza anche la Pistoiese ne risentì. Cercai qualcuno che acquistasse la società ma non si presentò nessuno. Nell'estate del 1987 rimisi il mio mandato da presidente nelle mani del sindaco Luciano Pallini. L'incarico di amministratore delegato fu affidato a Giovanni Mineo ma non mi disinteressai della Pistoiese, tant'è che nella stagione '87-'88 presi Marcello Lippi come allenatore e giungemmo all'8º posto».
Nel luglio del 1988 era tutto pronto per il passaggio di proprietà al gruppo pistoiese di Frustalupi ma saltò tutto. La accusarono di non essersi presentato a quell'incontro.
«Intanto è bene precisare che nell'estate del 1988 io versai la quota di iscrizione al campionato di C2. Mancava solo la fidejussione bancaria da 400 milioni, un documento che poteva essere depositato in Lega anche successivamente. Non essendo in grado di garantire quella fidejussione, mi rivolsi all'allora presidente del Pisa Romeo Anconetani. Con lui avevo una trattativa per la cessione di alcuni giocatori del settore giovanile. Nel luglio mi recai a Volterra dove i neroazzurri erano in ritiro, Anconetani mi rassicurò: qualora non fossi riuscito ad ottenerla a Pistoia, la fidejussione l'avrebbero garantita lui e il presidente della Fiorentina. Mi ricordo che in ritiro c'era anche Stefano Carobbi che invitò Anconetani a darmi una una mano».
Ma l'operazione non andò in porto.
«Tornato a Pistoia informai della disponibilità di Anconetani l'allora assessore Roberto Niccolai e l'avvocato Andrea Baldi che si offrì di darmi una mano in questa delicata vicenda. Alcuni giorni più tardi mi venne comunicato che la fidejussione di 400 milioni sarebbe stata fatta da alcuni personaggi pistoiesi per cui rinuncia alla disponibilità del presidente del Pisa. Il 31 luglio 1988 chiesi all'assessore Niccolai e all'avvocato Baldi se la fidejussione fosse stata effettuata perché il giorno dopo si sarebbe riunito il Consiglio federale che avrebbe deciso le ammissioni ai campionati. Mi fu risposto che era tutto a posto ma la mattina successiva venne convocata a mia insaputa una riunione in Comune con alcuni personaggi pistoiesi: ricevetti la telefonata la sera precedente e mi invitarono per dare alcune informazioni».
Secondo lei perché quell'incontro "carbonaro"?
«Qualcuno mi aveva tradito. Risposi che non avrei partecipato ad alcun incontro in Comune e se a tutti loro stavano veramente a cuore le sorti della Pistoiese, avevano una sola strada da percorrere: depositare la fidejussione e inviare un fax al Consiglio federale. Allora i giornali scrissero che mi presentai all'appuntamento con due ore di ritardo ma io quell'appuntamento lo rifiutai. Mi recai in Comune ma solo per sapere se la fidejussione era stata depositata o meno. Se avessi partecipato a quella riunione mi avrebbero messo di fronte ad una decisione già presa: la mia firma sulla cessione della società in cambio della fidejussione. Insomma, bere o affogare. La verità è che questi signori non inviando la fidejussione decretarono la radiazione della Pistoiese. Se mi avessero detto subito no, la fidejussione l'avrebbe fatta Anconetani e la Pistoiese sarebbe rimasta in C2; poi avremmo potuto anche parlare di cessione. Vedendo le vicende di questi mesi, direi che la storia si ripete».
Cosa vuol dire: la storia si ripete?
«Se la Pistoiese è finita tra i dilettanti la colpa è degli amministratori comunali e di alcuni sedicenti imprenditori pistoiesi. Tutti si sono fatti buggerare da un fantomatico imprenditore bolognese collegato a chissà quanti avvoltoi pronti a saltare addosso a chi si trova in difficoltà in questo calcio che ormai è un malato irreversibile. Se la questione fosse stata gestita in altro modo, la Pistoiese adesso sarebbe in Seconda divisione se non addirittura in Prima, visti i ripescaggi. Eppure questi signori saranno ricordati come i salvatori del calcio a Pistoia».
Sulla sua gestione restano molti misteri. Ad esempio, nel suo primo anno di presidenza aveva allestito una squadra fortissima, che avrebbe potuto competere anche in serie B: perché alla fine retrocesse? E ancora, perché quando acquistò la Pistoiese si accollò il mutuo di 2 miliardi e 250 milioni della precedente gestione? Perché ri-acquistò Garritano, Piraccini e Di Stefano che erano tesserati della vecchia società?
«Ho tanto di quel materiale che potrei scrivere un libro su quegli anni, ma solo dietro pagamento. Scherzo, ovviamente. In realtà potrei aprire uno squarcio sulla verità di allora, sui personaggi pubblici e privati di quel tempo, su coloro che vollero bene alla Pistoiese e su coloro che cercarono di affossarla. Ma non è ancora il momento».
Dromedari, rientrerebbe nella Pistoiese?
«Non ho capito la domanda».
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