Il Tirreno

Pistoia

L'intervista

La psicoterapeuta Manuela Trinci: «Leggete i libri per bambini, parlano anche agli adulti»

di Stefano Baccelli

	Manuela Trinci
Manuela Trinci

Psicoterapeuta dei più piccoli, ma anche saggista e studiosa di letteratura è direttrice scientifica della biblioteca e ludoteca dell’ospedale Meyer

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Spesso i bambini di oggi smarriscono la fantasia e con essa lo sviluppo cognitivo, la creatività emotiva e l’autostima. Serve perciò uno psicoterapeuta in grado di riattivarla. A Pistoia ne abbiamo uno con i fiocchi: è Manuela Trinci, con studio in città, che in questa intervista scopriremo non essere anche molto altro. Saggista, collaboratrice di settimanali e riviste scientifiche, studiosa di letteratura per l’infanzia, socio fondatore e didatta dell’Associazione scientifico-culturale “Dina Vallino” di Milano, direttrice scientifica della ludoteca e biblioteca (la LudoBiblio) dell’ospedale pediatrico Meyer Irccs di Firenze. Inoltre fa parte dell’Aepea (l’Associazione Europea di Psicopatologia dell’Infanzia e dell’Adolescenza), è socia Aismi (Associazione Italiana Salute Mentale Infantile) e molto altro. «Nasco ribelle, in una famiglia di combattenti», dice. Da studentessa fu una contestatrice e crescendo una battagliera convinta del bisogno di eticità nel condurre la propria non facile professione. «Capisco – spiega – i ragazzini e gli adolescenti con le loro esigenze di sincerità e chiarezza».

Cosa c’è stato oltre lo studio nella sua formazione?

«Libri scientifici, giornali e riviste. Sono una firma storica per l’Unità (1990-2000) in cui curavo una rubrica fissa dal titolo “Microbi”. Il suo successo ha prodotto un libro con lo stesso titolo e l’aggiunta: “Tutti i bambini nascono piccini”, pubblicato da Dalai Editore nel 2003. Questa esperienza è un tentativo di tessere insieme una molteplicità di soggetti, voci, sguardi, congetture e digressioni sul “pianeta bambino».

Quindi una lettura terapeutica?

«Sì. Direi anche una esperienza pionieristica perché guardava all’editoria per bambini intrecciandola al lavoro “clinico”. La letteratura per i bambini, per i ragazzi, è una grande risorsa per aiutare i genitori a comprendere più empaticamente il mondo delle fantasie, delle emozioni anche turbolente, dei bambini. Ho scoperto che nei libri per i ragazzi sono contenute delle intuizioni meravigliose».

Da cosa lo deduce?

«Lo diceva già Freud che, è cosa nota, guardava con invidia scrittori e poeti, così capaci di cogliere verità interne prima della psicoanalisi».

I suoi libri sono destinati ai ragazzi o ai genitori?

«Agli uni e agli altri. Il suggerimento ai genitori è di leggere i libri per bambini. E se la studiosa Alison Lurie raccomandava di non dirlo ai grandi, ora pensiamo che i grandi invece lo debbano sapere. Se Gianni Rodari si è divertito a inventare le feste-di-non-compleanno, noi abbiamo pensato a un maneggevole librino-di-non-consigli. È un modo di lavorare che utilizzo anche quando faccio formazione nei servizi educativi con educatori e genitori come pure nei master rivolti alla formazione di futuri psicoterapeuti infantili».

Qual è stato il suo primo saggio?

«Il bambino che gioca, del 1993, edito da Bollati Boringhieri. Un’antologia che, sul gioco e il giocare, raccoglie i contributi che stanno a fondamento delle acquisizioni teoriche e applicative della psicanalisi. Si ha nel testo l’occasione di rileggere pagine di Anna Freud e Sigmund Freud, Melanie Klein, Donald Woods Winnicott e piccoli scritti meravigliosi sul gioco Walter Benjamin; di conoscere, con Dora Maria Kalff, il pensiero junghiano sull’argomento; di avvicinarsi ad autori pionieri e poco conosciuti come Sigmund Pfeifer e Hermine von Hug-Hellmuth».

Si può dire che lei è molto mediatica? «Mi interessa la comunicazione. Ho collaborato con diverse riviste fra le quali Donna Moderna. Collaboro con Radio 24 – la radio del sole 24 ore – e volentieri frequento Tvl. Nel tempo ho partecipato al programma Elisir condotto da Michele Mirabella su Rai3. Porto nel cuore le collaborazioni a L’Unità. Mi hanno tanto insegnato Oreste Pivetta, Grazia Cherchi, Giovanni Giudici, Goffredo Fofi e per la pagina scientifica ricordo Roberto Roscani e Romeo Bassoli, imperdibili le pagine di Culture dirette da Stefania Scateni».

Adesso produce ancora per l’editoria?

“Al Meyer curo la rubrica fissa “Il gioco è una cosa seria”, in cui tutti i mesi racconto e consiglio ai genitori un gioco nel quale i bambini possano divertirsi da soli o con gli amici, in famiglia come pure a scuola e che abbia al centro temi quali la pace, l’ecologia, i vecchi intramontabili giochi di una volta tutti da riscoprire. Volendo si trovano online nella newsletter del Meyer».

Altre pubblicazioni?

«Volentieri ricordo di aver scritto con Unicredit, nel 2005, il libro “Il babbo fa il bancario”, progetto benefico “Saving Children”, destinato alla cura dei bambini palestinesi affetti da gravi patologie negli ospedali israeliani. Per Baldini Castoldi Dalai “Se l’amore tradisce” (2007) con Nicoletta Polla-Mattiot, “La giusta fatica di crescere” con Paolo Sarti (2014) per Feltrinelli, cui tengo molto, “Esplorare il silenzio” (2019). L’ultimo mio libro è del 2024, “Il mio letto è una nave” (sono debitrice per il titolo a una poesia di Robert Louis Stevenson: si tratta la testimonianza viva di una avventura umana e scientifica nel mondo della sofferenza dei bambini ammalati. Si racconta e approfondisce anche teoricamente ciò che si fa nella ludoteca e biblioteca al Meyer; le buone pratiche fra le quali leggere perché la buona notte sia più lieve per i piccoli ricoverati e le loro famiglie, e poi giocare con i bambini, giocare sempre aperti alle tante differenti culture con le quali oggi ci troviamo a confronto».

Che cosa c’è nella biblioteca del Meyer?

«Tante cose belle: gli scaffali che abbiamo chiamato “Piccola babele” con libri in varie lingue come pure i silent book».

Nel suo ultimo libro ci pare di capire che si racconti la mission del Meyer. È così?

«È rivolto anche ai genitori. Si cerca di mettere in luce come anche un lattante abbia un suo corredo sentimentale e capacità relazionali. Sono orgogliosa dell’introduzione di Simona Argentieri».

Vuole raccontarci qualcosa in più di lei?

«Sono cresciuta in una traversa di via Pacinotti nei pressi della vecchia San Giorgio ora soppressa. Subito dopo la laurea con i risparmi mi comprai per studiarla l’opera omnia di Freud. La mia sete di conoscenza è inesauribile. Ho preso la specializzazione a Milano. Devo molto ai miei genitori: la mamma, Roberta Giannini e babbo Annibale, un solido partigiano. Ho vissuto gli anni della formazione e specializzazione a Milano. Fui molto aiutata da Olga Arcargioli che aveva combattuto con mio padre come staffetta partigiana. Entrai quasi da subito nel comitato scientifico della rivista Il Piccolo Hans diretta da Sergio Finzi; poi le pagine culturali de L’Unità; erano allora redattori Oreste Pivetta, Andrea Aloi e Michele Serra. Il primo articolo che scrissi fu su un inedito di Freud fortunosamente ritrovato. Feci un pezzo lunghissimo e Serra mi rimproverò. Lì capii meglio che anche la sintesi è un valore».

E oggi che cosa altro c’è nella sua vita?

«Sono felicemente sposata con Lorenzo Cecchi De Rossi. Collaboro con “LiBeR” e gli “Asini”. Svolgo il lavoro di psicoterapeuta per bambini nel mio studio. Al Meyer sono il referente scientifico nella direzione scientifica della LudoBiblio. Il mio compito è più formativo e mi occupo della formazione dei volontari. Dobbiamo alla Fondazione Anna Meyer il finanziamento nonché la collaborazione alla progettazione, grazie alla dottoressa Maria Baiada. Nei servizi educativi del Comune di Pistoia, con la dottoressa Federica Taddei, abbiamo progettato un ciclo di tre incontri: “Essere genitori e educatori al tempo dei Social”. L’ultimo ci sarà il 21 aprile nella Sala Terzani. Mi ha fatto molto piacere essere stata nominata a far parte del comitato Scientifico di Pistoia Capitale italiana del Libro. Sono stata fondatrice e presidente dell’associazione Orecchio Acerbo. Lì avevo inventato l’ospedale delle bambole, un progetto che adesso porta avanti con passione e cura Unifcef. I bambini portano i giochi guasti per ripararli e così si educano al riuso. Il 2 aprile per la festa di compleanno per Hans Christian Andersen farò una conferenza alla Biblioteca San Giorgio proprio sull’uso ma anche il maluso della fiaba nei nostri convulsi tempi moderni».

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