Il Tirreno

Pistoia

L’intervista

Vannino Chiti: «Di Pistoia mi colpisce la passività, senza un progetto di città le divisioni sono inevitabili»

di Stefano Baccelli

	Vannino Chiti, ex sindaco di Pistoia già senatore e presidente della Toscana
Vannino Chiti, ex sindaco di Pistoia già senatore e presidente della Toscana

Ex senatore Pd: «La sinistra? Vorrei fosse una comunità che esprime valori condivisi, in primis libertà e giustizia». E sulle elezioni: «Non conosco di persona Capecchi, ma 700 persone meritano di essere considerate»

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Il pistoiese Vannino Chiti, è un autentico big delle istituzioni: ministro, sottosegretario, deputato, senatore, vice presidente del Senato, presidente della Toscana, sindaco di Pistoia, segretario di partito e chissà quanto altro. Eppure in questa intervista emergono l’uomo, i sentimenti, gli ideali. Qui troverete spunti di riflessione su etica, politica, rapporto tra marxismo e cattolicesimo e perfino alcune idee di futuro con vista Pistoia.

Laureato in filosofia voleva insegnare, invece prevalse la politica. Del resto fin da bambino alle Grazie aveva vissuto una sorta di saga del Guareschi e già alle medie aveva scoperto l’esistenza della disuguaglianza sociale.

Cosa ricorda della sua infanzia?

«La piazza principale delle Grazie in cui vivevo. Assomigliava a quella dei film del Guareschi, con cinema, campetto da calcio e soprattutto la chiesa davanti alla casa del popolo. E due personaggi potevano essere paragonati a Don Camillo e Peppone, uno don Giovanni Gentilini, il piovano, l’altro Cesare Beneforti, il capo del Pci».

Quando ha iniziato a fare politica?

«Fine anni Sessanta nel movimento studentesco ultimi anni del liceo e primi anni di università. Alle medie avevo scoperto le disuguaglianze. Al liceo mi segnò il libro “Lettera a una professoressa” di Lorenzo Milani. Negli anni Ottanta, non iscritto a partiti, ebbi l’occasione di partecipare ad incontri con importanti dirigenti del Pci, come Sereni, Ingrao, Luciano Barca e altri. Partecipai a Roma grazie a Ingrao al Centro di Studi per la Riforma dello Stato».

Cosa ricorda delle lotte studentesche?

«All’università dopo le lotte per la partecipazione prevalse chi voleva il 27 garantito per tutti. Il settarismo per alcuni degenerò in fenomeni di terrorismo e in altri in una radicalizzazione da salotto. Ciò mi portò a iscrivermi al Pci. Già al liceo pensavamo che il movimento studentesco dovesse fondarsi su regole di rappresentanza, non solo sull’assemblearismo. Infatti realizzammo un libretto sul tema con miei compagni di studi: Alessandro Aiardi, Paolo Turi e Giovanni Dolce».

In politica quali furono i suoi passi iniziali più importanti?

«A 24 anni subentrai a Sergio Tesi alla segreteria del Pci. Ero al regionale ma nel 1982 ci furono le dimissioni del sindaco Renzo Bardelli. Tornare a Pistoia non mi convinceva, ma all’epoca al partito si obbediva. Diventai sindaco a 34 anni. Appresi così gli strumenti per governare».

È vero che lei voleva a un certo punto cambiare “mestiere”?

«Nel 2000, finita l’esperienza di presidente della Regione, mi fu proposto un incarico dalla Giunti con cui avevo pubblicato i primi libri. Mi chiamò Walter Veltroni. In precedenza gli avevo detto tre volte “no”. Una fu quando mi chiese di fare la terza legislatura da presidente di Regione, un’altra quando mi propose come sottosegretario agli Interni con delega alla Polizia nel Governo D’Alema (avevo i ragazzi adolescenti e l’esperienza della scorta da presidente della Regione mi ricordava a cosa sarei andato incontro), e l’ultima quando mi chiamò a far parte della segreteria nazionale. Accettai di assumere l’incarico di sottosegretario alla presidenza del consiglio del Governo Amato. Non ce la feci dirgli un altro no».

Quando e come divenne parlamentare?

«La prima volta nel collegio di Firenze 1 superando Denis Verdini del centrodestra. Ebbi un aiuto decisivo dal giudice Antonino Caponnetto già anziano e malato. Volle organizzare tre iniziative di campagna elettorale con me e fece perfino una dichiarazione al giornale: Caponnetto dice votate Chiti. La tengo incorniciata nello studio».

Perché fu scelto per l’orazione funebre al vescovo Scatizzi nel 2010?

«Non ho difficoltà a dire di essere credente ed esserlo sempre stato. Con Scatizzi per lunghi anni ho avuto un rapporto significativo. Altre mie frequentazioni rilevanti del mondo cattolico: Alberto Ablondi, vescovo di Livorno, padre Ernesto Balducci, Mario Gozzini, Mario Primicerio, Silvano Piovanelli, arcivescovo di Firenze. Quando morì Ablondi, nell’agosto del 2010, dopo la cerimonia religiosa mi fu chiesto di ricordarlo in piazza. Monsignor Bianchi mi chiese di fare la stessa cosa in Cattedrale per il vescovo di Pistoia».

Come ha vissuto il suo essere cattolico nel Pci?

«Il mio partito ha avuto cattolici di rilievo, per esempio Giuseppe Chiarante, responsabile nazionale della cultura, o Luciano Barca. Il grande discorso di Togliatti “il destino dell’uomo del 1962” esprime valori condivisi».

Come si conciliavano marxismo e cattolicesimo?

«Il marxismo è uno degli strumenti con cui analizzare la società, le questioni sociali e storiche. La parte ideologica di ateismo fu abbandonata. Nel 1976 si candidarono nel Pci cattolici di primo piano: Mario Gozzini, Massimo Toschi, l’ex direttore sempre vivo di “Avvenire” Raniero La Valle e un pastore protestante, Tullio Vinay. Berlinguer nella risposta a una lettera di monsignor Bettazzi definì il Pci: "né ateista, né teista né anti teista”, ma laico».

Come vede oggi la sinistra?

«È, o per meglio dire “dovrebbe essere” una comunità che esprime valori condivisi: libertà, democrazia, giustizia sociale e ecologica. Sanità e scuola per tutti, non violenza e Pace. Servono azioni concrete anche piccole per la gente sul territorio condividendo i problemi».

Perché pochi giovani si approcciano alla partecipazione sociale?

«Non ritengo che i giovani siano disimpegnati. Vivono una condizione difficile. Noi eravamo poveri ma avevamo il sogno del domani, mentre i ragazzi oggi sentono che il loro futuro sarà peggiore di quello di genitori e nonni. Inoltre si è richiuso l’ascensore sociale. Siamo tornati a scuole meno inclusive, c’è l’abbandono scolastico e le università sono per i più ricchi. Va data ai giovani la fiducia nel presente con battaglie concrete per far loro vedere una prospettiva».

In quali circostanze ha notato un particolare impegno dei giovani?

«Nelle grandi emergenze, per esempio vedendo i ragazzi a spalare il fango dopo le alluvioni. In un liceo di Firenze si iscrissero 600 giovani per dare una mano. Più di 5milioni di persone hanno sfilato per Gaza e la Pace tra cui tanti i giovani. Le nuove generazioni non votano perché non trovano una sponda politica che sappia interpretarle».

Da cosa deriva la sua sensibilità su determinati temi?

«Ho scritto un libro: “Dare un’anima alla sinistra”. Istruzione, ecologia, sanità, pensioni giuste, impegno per i giovani a rischio di non averle. Le forze progressiste devono fare i conti con la realtà».

Come possono farlo?

«Daniele Gioffredi segretario Cgil Pistoia e Prato, è tra i non molti che svolge analisi sulla società pistoiese. Lui ci dice: a Pistoia c’è il più alto numero di disoccupati giovani, il più elevato abbandono dell’istruzione universitaria, aumentano gli sfratti per morosità. Su questo la politica deve costruire un programma discutendolo costantemente con le persone».

Sul versante sindaco di Pistoia che idea si è fatto?

«Non conosco personalmente Giovanni Capecchi, ma se 500 persone fanno il suo nome non si può dare l'impressione di non concedere il diritto di avanzare una proposta. Credo che le forze progressiste possano vincere non comprimendo le energie. Non essendo venuti avanti altri candidati civici, non trovo giusto bocciare la candidatura».

Qual è il suo giudizio su Pistoia?

«Tra il 2018 e 2023 ho frequentato la città dopo diversi anni. Mi ha colpito la sua passività. Prima i problemi si discutevano. Senza un progetto di città nulla unisce».

Perché si è ritirato dagli impegni istituzionali?

«Non mi candidai dopo una legislatura pesante nel 2018. Votai contro il Rosatellum nonostante la questione di fiducia posta da Gentiloni. Per me era finita lì».

Come ha trascorso il periodo sabbatico? «Leggendo e scrivendo un libro all’anno. Poi è arrivato l’impegno all’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea. Va conosciuta la Resistenza ed attualizzata con i tempi di oggi».

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