Il Tirreno

Pistoia

La mossa della difesa

Omicidio Cini, un certificato Inail scagionerebbe il cognato: «Ha lesioni al braccio, non avrebbe avuto la forza per colpirlo»

di Massimo Donati
Omicidio Cini, un certificato Inail scagionerebbe il cognato: «Ha lesioni al braccio, non avrebbe avuto la forza per colpirlo»

L’avvocato: «Ha lesioni permanenti che gli impediscono di alzare il braccio sopra ai novanta gradi, è impossibile che lo abbia colpito lui»

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AGLIANA. Quella tragica mattina dell’8 gennaio scorso, Daniele Maiorino non avrebbe mai potuto sferrare quel colpo, o, perlomeno, non con una violenza sufficiente a tramortire il cognato Alessio Cini. A sostenerlo, ieri mattina, l’avvocato Katia Dottore Giachino, difensore del 58enne artigiano aglianese, di fronte al tribunale del riesame di Firenze, nel motivare il ricorso con cui ha chiesto la scarcerazione del proprio assistito. Come testimoniato dal certificato dell’Inail depositato agli atti dalla legale, Maiorino, in seguito a un infortunio patito mentre si recava al lavoro, avrebbe infatti riportato delle lesioni permanenti che gli impediscono di sollevare il braccio destro con un angolo superiore ai novanta gradi: avendo avuto la vittima un’altezza di un metro e 87 centimetri, è impossibile, secondo l’avvocato, che sia stato lui a colpire sulla testa il 57enne operaio tessile, per poi dargli fuoco mentre era tramortito a terra.

All’udienza di ieri davanti ai giudici fiorentini la procura di Pistoia era rappresentata, oltre che dal pm titolare dell’inchiesta Leonardo De Gaudio, anche dal procuratore capo Tommaso Coletta.

L’avvocato Dottore Giachino ha chiesto la mitigazione della misura cautelare (prima per il fermo di polizia giudiziaria, in seguito per l’applicazione della misura restrittiva, Maiorino si trova in cella dal 19 gennaio), spiegando che i genitori del suo assistito sono disposti ad accoglierlo agli arresti domiciliari nella loro abitazioni di Prato.

Misura che, secondo la legale, garantirebbe ugualmente l’esigenza di scongiurare il rischio di reiterazione del reato e di pericolo di fuga che sono alla base del provvedimento del giudice delle indagini preliminari

L’avvocato Dottore Giachino ha quindi evidenziato ulteriori elementi che scardinerebbero, a suo dire, l’impianto accusatorio, in gran parte basato sulle registrazioni delle intercettazioni ambientali, di quei monologhi in cui l’indagato, parlando tra se e se in auto, avrebbe di fatto confessato l’omicidio. E proprio riferendosi a tali registrazioni, ha spiegato come in una di esse, ad esempio, si senta Maiorino dire alla cognata «l’hanno ammazzato questi delinquenti, e l’hanno fatto per i soldi».

Una frase che contrasta pienamente con quelle riportate dalla procura nella richiesta di custodia cautelare in carcere: “L’ho ammazzato, proprio una fine di m...”; “Il sangue che veniva fuori, ho commesso un omicidio”; “L’ho preso a calci, gli ho rotto lo sterno, il costato, l’ho troncato...”; “Ho perso il capo... gli ho dato foco”...

Monologhi che inducono gli inquirenti a ipotizzare che Maiorino abbia colpito alla testa il cognato con una spranga al culmine di un litigio avvenuto davanti alla loro abitazione di via Ponte dei Baldi 56, alla Ferruccia, per poi, quando era a terra, prenderlo a calci sul torace e dargli fuoco con la benzina quando era ancora vivo.

Il tribunale del riesame di Firenze ha a questo punto cinque giorni di tempo per pronunciarsi sul ricorso presentato dalla difesa.

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