Il marito fu ucciso dall’amianto Vedova risarcita dopo dieci anni
La lunga lotta di Susanna Vannucci per avere giustizia La Corte di appello di Firenze ribalta la sentenza del tribunale
PISTOIA. Emilio Corbo era un autotrasportatore, originario di Pistoia. Morì nel 2012, a 62 anni, di mesotelioma, la forma di tumore legata all'esposizione all'amianto. Dieci anni dopo la vedova, Susanna Vannucci, ha finalmente ottenuto il diritto a riscuotere l'indennità dall' Inail, che inizialmente gliela aveva negata.
A imprimere una svolta alla vicenda sono stati i giudici della Corte di Appello di Firenze, che l’ 11 gennaio scorso hanno accolto il ricorso presentato dall'avvocato Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto, contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Pistoia che aveva respinto la richiesta di indennità all' Inail di Susanna Vannucci.
L'Inail è stata condannata al risarcimento della vedova dell’autotrasportatore: Susanna Vannucci riceverà 240mila euro di arretrati e una rendita mensile di 1.800.
Emilio Corbo aveva sempre lavorato come autista per il trasporto di valori. Dal 1979 al 1998 alle dipendenze di un’azienda, quindi fino all’ agosto 2009 in proprio, come titolare di una piccola impresa artigiana. Proprio quell’anno, quando andò in pensione, gli fu diagnosticato il mesotelioma, che nel settembre 2012 l’avrebbe ucciso.
Nel luglio del 2013 la donna, rimasta vedova con un figlio, Niklas, all'epoca 28enne, aveva fatto domanda amministrativa all'Inail per ottenere i benefici spettanti alle vittime dell’amianto. La richiesta fu respinta il mese dopo con la motivazione dell'assenza del nesso causale tra l'attività del coniuge e il mesotelioma. L'istituto aveva addirittura ipotizzato che le fibre inalate dall'autotrasportatore, che avevano causato la malattia, potessero essere state respirate nella sua abitazione dove era presente una stufa le cui tubature erano in asbesto. Invece i familiari di Corbo hanno sempre sostenuto che le fibre di amianto erano state prodotte da alcune componenti meccaniche dei mezzi che l'uomo guidava di solito, come i ferodi dei freni e delle frizioni. E anche dai guanti in amianto che usava per proteggere le mani dalle componenti surriscaldate durante le riparazioni.
Susanna Vannucci allora fece ricorso al tribunale di Pistoia, che nel giugno 2020 respinse però le sue richieste, dando in sostanza ragione all’Inail che aveva già rifiutato una volta i benefici alla donna.
Susanna Vannucci però non si è arresa, e con l’aiuto dell’Osservatorio nazionale amianto e del suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, ha bussato alle porte della Corte di appello di Firenze, riproponendo le sue ragioni. E questa volta i giudici hanno stabilito il suo buon diritto ad essere risarcita.
In particolare, la Corte di appello ha sottolineato che il mesotelioma è una “malattia tabellata” come tumore provocato dall’amianto. Per cui al lavoratore basta provare la malattia e di essere stato addetto alla lavorazione che lo ha esposto all’amianto. Sarebbe stata l’Inail, invece, a dover dimostrare che il mesotelioma non è stato causato dal lavoro. Un’inversione dell’onere della prova – come si dice – che secondo i giudici fiorentini l’istituto non aveva neanche provato a soddisfare.
Di qui la decisione di riconoscere il diritto della vedova al pagamento della rendita per i superstiti e del Fondo vittime amianto, a cui si deve aggiungere la rendita mensile di reversibilità.
Soddisfatto della sentenza ottenuta l’avvocato Ezio Bonanni . «Con questa sentenza – ha dichiarato – viene ribadito un principio fondamentale a tutela delle vittime dell’amianto: anche gli autotrasportatori devono essere risarciti, in quanto troppo spesso a contatto con l’asbesto».
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